La presenza iraniana in Siria: il vero casus belli...


Il “corridoio sciita” è a tutti gli effetti La Vera Questione del Medio Oriente contemporaneo.


di Fabio Della Pergola
Non lo è il petrolio, di cui Trump può fare a meno avendo gli USA, a differenza degli europei, raggiunta l’autonomia energetica.

Non lo è l’annosa questione del gasdotto qatarino che, secondo la vulgata corrente, doveva attraversare la Siria (per poi entrare in Turchia e da lì in Europa), ma che la Siria avrebbe rifiutato per compiacere il gasdotto sostenuto da russi e iraniani.

Alberto Negri un paio di anni fa scriveva «bisogna stare ben attenti quando si parla di progetti di collaborazione bilaterali in campo energetico in Medio Oriente: se fai un favore a qualcuno stai pur certo di urtare qualcun altro».

Ciononostante avrebbe potuto essere millemila volte più semplice spostare banalmente il tracciato del gasdotto dal Qatar, in nero nel grafico, attraverso i territori sicuri di Giordania e Israele e poi, sommerso, fino alla Turchia (linea in azzurro) piuttosto che mettere in piedi un’armata di infidi tagliagole incontrollabili, distruggere un paese, fare mezzo milione di morti oltre a milioni di profughi che ora nessuno sa più come gestire se non pagando fior di milioni di dollari alla Turchia perché se li tenga in casa per avere, alla fine, creato solo una situazione esplosiva con troppi attori interessati in campo.


Ancora: non lo è la questione israelo-palestinese, per “ricordare” la quale agli occhi dei potenti del mondo - almeno per qualche giorno - Hamas è dovuto ricorrere alla nuova strategia del suicidio di massa cammuffata da “marcia del ritorno”. Ma, sostanzialmente, è ormai questione di secondo piano, localistica, anche agli occhi dei paesi arabi.

Non lo è più il Califfato, sorta di improvvido capitombolo all’indietro nei secoli, organizzato da residuali componenti del disciolto esercito iracheno, con il supporto di ribelli siriani, esagitati oltranzisti islamisti di mezzo mondo e soldi sauditi (oltre che dalla più o meno esplicita accondiscendenza occidentale e dal collaborazionismo iniziale del sultano Erdogan); progetto finito piuttosto rapidamente appena la coalizione tra siriani e iraniani ha ottenuto l’intervento diretto dei russi e il voltafaccia turco.

La Vera Questione è l’egemonia conquistata sul campo dall’asse sciita, grazie in primis al buco nero determinato in Iraq dallo scellerato intervento di Bush figlio capace di portare a fondo la pars destruens, ma di sicuro non quella construens.

Con la sconfitta dell’Isis e il contenimento violento dei curdi da parte dell’aggressione turca, passata nel disinteresse generale - oltre 3000 morti solo nella conquista di  Afrin - questa autostrada oggi unisce Teheran (salvo alcune sacche residuali ancora in mano ai tagliagole) alle sponde libanesi del Mar Mediterraneo (e coincide guardacaso con la linea rossa del grafico, corrispondente al gasdotto iraniano sponsorizzato dai russi).

Chi la percorre - che sia una famigliola di turisti in vacanza o un TIR zeppo di armi sofisticate - non trova più alcun ostacolo. Può partire da un qualsiasi condominio (o deposito dell’esercito) in Iran e arrivare tranquillamente sulle spiagge di Beirut (o a scaricare nei depositi di Hezbollah).

Se poi in Siria, che lo voglia o no Bashar Assad, si costruiscono basi militari permanenti sotto diretto controllo iraniano a meno di cento chilometri dallo stato ebraico, si capisce che l'espansionismo iraniano è il cuore della Vera Questione e che il braccio di ferro in corso consiste nella "trattativa" sulla rimozione o meno della presenza militare iraniana in Siria.

Questo può facilmente diventare il casus belli dello scontro più pericoloso.

La Turchia nel frattempo sembra si stia sfilando dalla sua recente alleanza con Putin per assumere un ruolo di mediatore che ne esalterebbe l’importanza: in questa situazione (e con una potenza militare che nessuno può trascurare) la sua potrebbe essere un’opzione decisiva per gli equilibri sul terreno.

In sintesi la questione attuale si può riassumere in una sola vertenza: Israele non vuole basi militari iraniane a cento chilometri dai suoi confini. In questo rifiuto radicale ha il pieno appoggio dell’Arabia Saudita e della Giordania. Nemmeno i turchi (né i siriani) ne sarebbero poi felici. La vittoria dell’asse sciita nel conflitto siriano non può concludersi con un insediamento permanente di forze militari iraniane nel cuore del Vicino Oriente a un tiro di schioppo dal nemico storico.

In questo contesto è avvenuto l’attacco con armi chimiche che potrebbe essere stato gestito da una delle molte “manine” - saudite, israeliane, occidentali, ma anche siriano-governative - interessate a non lasciare le cose consolidarsi su un dato di fatto che, dopo sette anni di guerra, premierebbe solo gli iraniani ed i loro alleati libanesi.

Ora la palla ce l'hanno di nuovo in mano i russi, ad oggi parte forte dello schieramento vincente. Difficilmente si giocheranno tutto, rischiando un confronto diretto con gli Stati Uniti, solo per permettere all'Iran di minacciare da vicino Israele, ma, d'altra parte, anche a loro non sarà facile convincere l'alleato, che non possono perdere, a tornarsene a casa.

Qui c'è lo stallo attuale e il rischio che tutto precipiti...

(AgoraVox)

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