Perseguitati in patria i rohingya fuggono in Bangladesh...
Bernard Guetta
Il papa si commuove e prende le loro difese. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan denuncia l’indifferenza del mondo davanti al loro dramma, di cui il Regno Unito ha però da poco parlato al Consiglio di sicurezza. Il loro nome, rohingya, è quasi sconosciuto fuori dal sudest asiatico. Ma la sorte di questa minoranza nello stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh, è talmente spaventosa che comincia ad attirare la solidarietà della comunità internazionale.
Con il 90 per cento della popolazione buddista, la Birmania non ha mai accettato la presenza sul suo suolo di questa etnia che probabilmente è arrivata dal limitrofo Bangladesh all’inizio del ventesimo secolo. All’epoca il subcontinente indiano era sotto il controllo britannico e Londra aveva cominciato a conquistare la Birmania.
Oggi per i birmani i rohingya sono un’eredità della colonizzazione, e al momento dell’indipendenza si sono rifiutati di riconoscerli come emigranti che si sono ormai stabiliti nel loro paese, dove sono attualmente considerati come immigrati clandestini e sono in ogni modo spinti ad andarsene.
Per i rohingya l’accesso alle scuole è molto difficile. I loro terreni vengono confiscati. La loro libertà di movimento è limitata per relegarli alla miseria dei loro villaggi. Molti di loro sono sottoposti al lavoro forzato. Lo stato, la polizia, i funzionari e l’esercito, con esponenti poco buddisti che chiedono di attaccarli in nome della difesa dell’identità nazionale, li maltrattano al punto tale che lo scorso ottobre è nato il movimento di resistenza Arakan rohingya salvation army (Arsa) costituito da giovani rohingya che hanno imbracciato le armi, almeno quelle che avevano a disposizione, come coltelli e spade...
(INTERNAZIONALE)












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