Da Ilaria Alpi a piazza Alimonda: il filo sottile che unisce due drammi...




I depistatori dell'indagine sul delitto della giornalista del Tg3 hanno le mani sporche del suo sangue



di Giulio Laurenti
La richiesta di archiviazione delle indagini sulla morte della giornalista Rai Ilaria Alpi è la pietra tombale sulla ricerca della verità giudiziaria del duplice omicidio avvenuto il 20 marzo 1994 a Mogadiscio. Non si indagherà sui cosiddetti depistatori italiani, all’opera un minuto dopo i colpi a bruciapelo sparati in strada. Ma la verità storica inizia a vedersi chiaramente. A tanti anni di distanza ancora c’è chi nega l’evidenza: i depistatori del caso Ilaria Alpi hanno le mani sporche del suo sangue. Hanno depistato non per aiutare qualcuno, magari la Cia, ma per coprire la loro diretta responsabilità nel duplice assassinio di Ilaria e Miran. Mentre le truppe Onu smobilitavano dopo la disastrosa operazione internazionale che doveva mettere in pace il martoriato paese, i servizi segreti italiani erano preoccupati che nella loro guerra tra fazioni interne non si venisse anche ad inserire uno scoop giornalistico sui traffici che gli italiani facevano e che tuttora fanno in Africa, con enormi quantità di armi in cambio dell’interramento di colossali carichi di rifiuti tossici. Nessuno ha indagato, per dirne una, sulla falsa auto portata da Mogadiscio alla commissione parlamentare, sotto la guida dell’onnipresente Carlo Taormina. Doveva dimostrare che i due giornalisti erano stati uccisi da sventagliate di mitra e non da colpi ravvicinati. Un falso pagato salato dalle casse dello stato italiano. Nessuno ha messo sotto inchiesta l’ambasciatore Umberto Plaja per aver sottratto il foglio dei contatti telefonici che Ilaria aveva nel taschino quel giorno, e dove è trascritto il ponte radio che presumibilmente usò da Bosaso, canale controllato proprio dai servizi segreti italiani, gli unici a sapere quando sarebbe giunta Ilaria all’aeroporto senza però lasciare traccia del suo passaggio. Il capo della polizia somala lo disse subito: chi identifica le persone che accolsero all’aeroporto i due giornalisti, ha identificato gli assassini. E il memoriale del maresciallo Aloi, già nel 1997, raccontava come un gruppo specifico di agenti italiani si sia potuto muovere indisturbato e con spregiudicatezza attraverso la dogana dello scalo.
Quello che appare incomprensibile a prima vista, l’archiviazione di poche settimane fa, è chiaro se si comprende la posta in gioco: nel 1993 - 94 un nucleo di militari italiani appartenenti ai servizi segreti ha in mano le leve che muovono i traffici di armi e rifiuti, sta crollando la prima repubblica e un nuovo soggetto politico sta sostituendosi ai vecchi partiti, è dunque il momento propizio per liberarsi dei padrini politici e mettersi in proprio, come agenti segreti e uomini d’affari. Spirito patrio: l’apparato industriale ha bisogno di smaltire a poco prezzo e l’industria degli armamenti ha necessità di promuovere i suoi prodotti.
Il memoriale del maresciallo Aloi, militare facente parte di quel gruppo di contatto tra italiani e signori della guerra somali, denunciava le torture, gli stupri, i traffici di droga e armi che i suoi colleghi facevano alla luce del giorno. Aloi inserisce il nome di Ilaria Alpi, di cui si professa amico, per mandare un messaggio all’apparato di cui fa parte, e invece il suo memoriale verrà cestinato e nessuno di quei militari da lui accusati avrà il ben che minimo freno alla carriera. Alcuni di loro li ritroviamo a piazza Alimonda, durante il G8 del 2001, al comando dei due Defender che attireranno nell’imbuto della piazza i manifestanti. Due colpi di pistola e muore Carlo Giuliani. Il magistrato Alfonso Sabella, che al G8 era responsabile dei luoghi di detenzione preventiva, Bolzaneto e Forte San Giuliano, in un’intervista a Repubblica 2015 dichiarerà: “a Genova sono successe cose molto strane. Fino alla morte di Carlo Giuliani non era stato fatto nemmeno un arresto”. E specifica: “doveva scapparci il morto. Ma doveva essere uno della polizia, non un manifestante. Bisognava demonizzare la piazza e sono convinto che ci sia stata una regia politica alle spalle di tutto”. Il morto ci scappa, e guarda caso nella piazza dove operano i due che in Somalia avevano quei compiti di cui Aloi racconta e delle cui gesta informa. Perfino il generale Leso, che al G8 comanda i carabinieri, è tra i nomi del memoriale e arriverà accanto al cadavere di Carlo mezz’ora dopo. 
Anche nel 2001, come nel 1994, non accadrà nulla e questi militari li ritroviamo nel gruppo che nel 2007 organizzerà la misteriosissima Gendarmeria Europea, con un trattato ratificato dal parlamento italiano nel 2010. 
Cos’è la gendarmeria Europea? Un corpo militare con poteri anticostituzionali. Nel trattato intergovernativo di Velsen gli si attribuisce l’impunità di appartenenza (diversa da quella di missione), ovvero chiunque è ammazzato da un appartenente alla Eurogendfor non otterrà mai giustizia. Gode di extra-territorialità e inviolabilità dei locali, degli edifici e degli archivi (articolo 21 del trattato, che trovate in rete). Ha a disposizione qualsiasi corpo militare dello Stato, solo ne abbia necessità. E soprattutto adopera regole d’ingaggio non di ordine pubblico ma di guerra. Esattamente quello che accadde a Genova. 
Nessun articolo del trattato di Velsen specifica che la Gendarmeria Europea potrà esercitare la sua opera solo all’estero, anzi, si parla chiaramente di “territorio delle parti”. Con un futuro ministro della Difesa ammiratore di Viktor Orban e magari con qualche provvidenziale attacco terroristico ad hoc, il potere potrà già disporre del contenitore legale e militare per riempirlo all’istante di molti più contenuti. È una strategia della militarizzazione dell’ordine pubblico che in America denunciò già Gore Vidal nel 2001 con La fine della libertà: verso un nuovo totalitarismo? (Fazi editore)
Nel 2017, con la paranoia del terrorismo, chi se la sente di indagare sui reali compiti, sui veri poteri e sui traffici che questo corpo militare anticostituzionale attua? Nessuno.
In rete c’è il lancio della puntata di Report del 15 novembre 2015 intitolata Finché c’è guerra c’è speranza e viene annunciato un servizio su un misterioso corpo militare italiano che in Yemen addestrò cento guerriglieri anti Isis e che poi se li vide passare, armi e bagagli, in Siria, proprio nelle file dei fanatici religiosi. La puntata andò in onda senza quel servizio. Perché?
La storia della Gendarmeria Europea ha inizio con un gruppo di militari attorno al corpo di Ilaria Alpi, trova un abbozzo di forma a Piazza Alimonda, dove si spera di vedere ucciso dai manifestanti un giovane militare e ottenere così l’eliminazione della legge Carcaterra-Scelba, che vieta ai carabinieri di fare ordine pubblico nei centri urbani sopra i quindicimila abitanti. Morto il manifestante anziché il militare Placanica, sfuma il piano di eliminare l’ostacolo giuridico e lo si aggira qualche anno dopo con l’Eurogendfor, il primo nucleo di forze militari e di intelligence con super poteri, che fanno guerra all’estero ma che hanno la possibilità di farlo nelle nostre piazze. Qualsiasi inchiesta che possa sfiorare questo nucleo repressivo sarà sempre respinta sul nascere. 
E voi dormite pure sonni tranquilli.

La vicenda di questi uomini e della Gendarmeria Europea è raccontata dall’autore di quest’articolo in La madre dell’uovo – Effigie Edizioni...

(Globalist)

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