COSA HO VISTO CON I MIEI OCCHI IN SUD SUDAN...




Il fondatore dell'ong Amref Italia Tommy Simmons racconta su TPI quello che ha visto nel suo viaggio nel paese dilaniato da quattro anni di guerra civile

"E' terribilmente doloroso dirlo, ma quando in un mese muoiono tra i 6 e i 10 bambini possiamo ritenerci fortunati”.
Queste non sono parole che ci si aspetta di sentire da una nutrizionista di un ospedale pediatrico di una capitale. Ma Juba, la capitale del dilaniato Sud Sudan, non è una capitale ordinaria. Il crocevia delle arterie principali di questa città lungo il Nilo è regolarmente gestito dalle forze di sicurezza e dall'esercito, gli edifici sono protetti da alte mura e dall’onnipresente filo spinato.
I mercati sono privi di tutto: dagli alimenti di base alla benzina e gli sfollati interni provenienti da tutti gli angoli del Paese si accampano all'aria aperta, senza servizi, aspettando impazientemente di andare “a casa”. “Casa” è l'area rurale da dove provengono e dove sperano che la coesione sociale non esistente in altre parti di questo paese in guerra con sé stesso dia loro riparo e sostentamento.
Betty, nutrizionista dell’ospedale pediatrico al- Shabbah è una professionista alta, lucida e affidabile, le cui parole tagliano come lame affilate.
“A partire da febbraio il numero di bambini accolti è impennato. I due reparti sono pieni e abbiamo dovuto mettere dei bambini in delle tende. Ci sono tanti problemi. C'è la crisi economica e la maggior parte delle madri che sono qui non hanno marito. La maggior parte delle mogli sono sposare con i soldati e con i dislocamenti che hanno avuto luogo nel paese tutti sono a Juba, dato che è la capitale”.
“Quando vengono qui, nutriamo i bambini con latte e prodotti alimentari che riceviamo anche per le madri, per la colazione, il pranzo e la cena. Abbiamo anche qualche farmaco. L'unico problema è che vengono in una fase terminale e la maggior parte dei bambini sono anemici. Qui non abbiamo sangue e loro hanno bisogno di trasfusioni. Ma quando vai alla banca del sangue scopri che nessuno sta donando sangue a causa della fame. Così diventa un problema”.
(Credit: Tommy Simmons/Amref Italia. L'articolo continua dopo la foto)
“Questo è un problema sociale proprio dalle famiglie. I loro mariti non ci sono, c'è la crisi economica. Noi li aiutiamo in ospedale, ma quando tornano a casa hanno delle recidive e tornano. Alcuni ritornano dopo sette giorni, altri dopo 14, altri dopo un mese. Perché a casa non ci sono soldi, non c'è cibo. E quello che forniamo loro da portare a casa per il bambino, una madre con dei bambini lo condividerà con tutta la famiglia. Quindi il bambino tornerà. Ad uno stadio in cui non puoi aiutarlo o ad uno stadio in cui lo puoi aiutare. Ma il bambino ricomincia da zero. Finché la situazione continua, non possiamo aiutare molto”.
“Anche noi in ospedale non abbiamo avuto stipendio per tre mesi. Sai, se non hai soldi a Juba non puoi andare e cercare. Non puoi andare al di fuori di Juba, quindi sei confinato qui. Se sei confinato a Juba e non hai soldi, cosa mangi? Non abbiamo conoscenza dell’abbandono dei bambini, la vita continua, vedi che i bambini non sono abbandonati, la famiglia ha dieci figli e non hanno nulla, tre possono morire, uno è malnutrito. Stiamo solo lottando”.
“Questa è una professione che si sceglie per la vita. Non puoi lasciare i bambini a morire perché non hai soldi. Veniamo qui a piedi. Io sono a Gudele, alcuni dei miei colleghi sono in altre aree. Facciamo degli sforzi per venire qui, ci proviamo”.
(Credit: Tommy Simmons/Amref Italia. L'articolo continua dopo la foto)
“Voglio che siano sostenute innanzitutto le madri. Alcuni arrivano nudi, abbiamo bisogno di vestiti, abbiamo bisogno di cibo supplementare per le madri - alcune donne sono incinte. Noi guardiamo al bambino, ma se la madre è incinta dobbiamo aiutare anche la madre”.
Morrish Ojok, Amref Health Africa Country Manager in Sud Sudan spiega il contesto più ampio.
“Dall’inizio del conflitto nel 2013, molte persone sono state sradicate dalle loro case, sono sfollate all'interno del paese, altre in insediamenti di rifugiati al di fuori, in paesi come il Kenya, l'Uganda, l'Etiopia e il Sudan. Molti dei servizi sociali e sanitari sono stati interrotti, alcune strutture sono chiuse e non forniscono servizi alla popolazione. È molto difficile perché il dislocamento di persone attualmente in Sud Sudan è tale che non è possibile prevedere quando le persone si sposteranno da dove si trovano, sia nei campi per sfollati interni che negli insediamenti che si trovano nei pressi dei loro villaggi: è una sorta di dislocamento in movimento. Sai, ogni volta che accade, pone molte difficoltà nei lavori di sviluppo”.
(Morrish Ojok. Credit: Tommy Simmons/Amref Italia. L'articolo continua dopo la foto)