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Premi Nobel e attivisti contro Aung San Suu Kyi: stop allo sterminio dei Rohingya...




La leader birmana, premio Nobel per la Pace nel 1991, è accusata di “pulizia etnica” della minoranza musulmana dei Rohingya. Lettera aperta al consiglio di sicurezza dell'Onu, tra i firmatari anche Prodi e Bonino




Premi Nobel contro premio Nobel: Aung San Suu Kyi finisce nel mirino di tanti che, come lei, hanno ottenuto il più importante riconoscimento mondiale nel campo dei diritti umani, il premio Nobel per la Pace appunto, per la sua politica nei confronti della minoranza Rohingya in Birmania. I firmatari di una dura lettera aperta recapitata al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite contro il governo della Birmania, e in particolare contro Aung San Suu Kyi sono 23: fra loro nomi importanti che vanno dall'attivista pachistana Malala Yousafzai, la più giovane vincitrice di un Nobel per la Pace, all’arcivescovo sudafricano simbolo della lotta all’apartheid Desmond Tutu, dalla giornalista e attivista yemenita Tawakkul Karman alla pacifista liberiana Leymah Gbowee, entrambe Nobel per la Pace nel 2011.
 
La leader birmana Aung San Suu Kyi è premio Nobel per la Pace nel 1991, conferitole per il suo “esempio eccezionale del potere di chi non ha potere”, ed è figlia dell’eroe dell’indipendenza birmana, il generale Aung San. A lungo Suu Kyi non è stata solo un Nobel, ma il volto più noto della lotta per la democrazia al mondo: ha ricevuto il Nobel quando era agli arresti, dove è rimasta per 15 anni: anni lunghi e solitari, senza poter vedere i figli né partecipare ai funerali del marito, morto di cancro a poco più di 50 anni.
 
Oggi, seppur non formalmente a capo del governo perché la Costituzione lo vieta a chi ha figli di un’altra nazionalità (i suoi sono, come il marito, inglesi) Suu Kyi è la guida della Lega Nazionale per la Democrazia (Nld), il partito che ha vinto le prime elezioni democratiche del Paese dopo 25 anni, nel novembre 2015. Ministra degli Esteri e consigliere di Stato, detiene de facto il potere e ha posto alla presidenza il suo fedelissimo Htin Kyaw.

Aung San Suu Kyi non sembra oggi volersi impegnare per la fine della repressione dei Rohingya, minoranza musulmana nella buddista Birmania. Il testo della lettera evidenzia come i Rohingya possano e debbano essere considerati “tra le minoranze più perseguitate del mondo e per decenni hanno subito campagne di marginalizzazione e deumanizzazione”. Residenti perlopiù nel nord dello stato birmano del Rakhine, i Rohingya in Birmania sono più di un milione ma non sono mai stati riconosciuti come cittadini: anzi dal 1982 sono stati privati di ogni diritto civile e possibilità di ricevere aiuto umanitario. Lo stesso trattamento viene loro riservato in Bangladesh, nazione sono fuggiti a migliaia per scampare a quello che Amnesty ha definito “un potenziale crimine contro l’umanità”.

Le violenze contro di loro si sono intensificate da ottobre  2016 a seguito dell’uccisione di 9 poliziotti birmani da parte di militanti rohingya. Le violenze spietate e spesso gratuite hanno portato molti Rohingya a cercare rifugio nel confinante Bangaldesh. Il ministro degli Esteri del Bangladesh denuncia oggi la presenza di circa 50 000 rifugiati birmani sfollati nel Paese, mentre il commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati parla di almeno 43 000. E il flusso non accenna a diminuire, nonostante l’aumento dei controlli alle frontiere.

Da tempo Suu Kyi è nel mirino per la sua posizione sulla vicenda, giudicata complice. Ma ora hanno raggiunto il culmine nella lettera che tra i propri firmatari annovera nomi importanti, di attivisti ma anche di politici ed economisti come l’inventore bengalese del moderno microcredito Muhammad Yunus (anche Nobel per la Pace nel 2006). Per l’Italia, le firme autorevoli dell’ex primo ministro Romano Prodi e dell’ex ministra degli Esteri Emma Bonino...

(R.it Esteri)

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