Come l’Isis ha insegnato ai bambini a tagliare la gola...






di Riccardo Noury - Amnesty International
Abbiamo raccontato la disperata situazione di un’intera generazione di bambini coinvolti nella battaglia di Mosul, rimasti gravemente feriti e traumatizzati a causa dei combattimenti tra lo Stato islamico e le forze del governo iracheno sostenute da una coalizione a guida statunitense.
Una missione di Amnesty International per oltre due settimane ha visitato i campi per gli sfollati interni del nord dell’Iraq e dopo quelli in fuga da Mosul ha incontrato anche molti bambini della comunità yazida, che durante la prigionia nelle mani dello Stato islamico, hanno vissuto sofferenze indicibili, in parte raccontate nel video qui sotto (attenzione: le immagini sono molto dure).
Bambine anche di soli 11 anni sono state stupratebambini sono stati costretti a fare addestramento militare, a imparare a tagliare la gola e ad assistere alle esecuzioni.
Jordo, 13 anni, ha trascorso due anni prigioniero dello Stato islamico. Ecco l’agghiacciante testimonianza della “formazione” ricevuta:
“Prendi il prigioniero per i capelli e gli sollevi la testa fino a quando gli puoi tagliare la gola. Se è calvo, gli infili due dita nelle narici e gli tiri su la testa. Mi hanno insegnato a uccidere così e in tanti altri modi”. AK, 10 anni, è tornato in libertà a novembre. Era stato rapito oltre due anni prima insieme ai genitori e a sette fratelli. Solo due di loro, di sei e sette anni, sono ritornati. Gli altri familiari sono ancora nelle mani dello Stato islamico.
Dei bambini si prendono cura due lontani cugini, che già si occupavano di 23 donne e bambine. Uno di loro ha ammesso quanto sia difficile gestire il trauma dei bambini:
“AK è veramente difficile da controllare. Rompe le cose, le dà fuoco. L’altro giorno è uscito fuori in mutande in mezzo al gelo e si è allamato. Tutti e tre i bambini se la fanno sotto e dobbiamo farli dormire in tre tende separate a causa dell’odore. Avrebbero bisogno di un aiuto professionale ma finora non abbiamo trovato nessuno”.
Dovrebbero bastare queste due sole storie per convincere la comunità internazionale a destinare il massimo delle risorse possibile alla protezione dei bambini, compreso il sostegno psicologico completo per chi ha assistito o subito direttamente violenze estreme.
Proprio a causa della mancanza di quelle risorse, migliaia di bambini non stanno ricevendo l’aiuto necessario per aiutarli a elaborare eventi enormemente traumatici e iniziare a ripristinare un senso di normalità nelle loro vite.

                                   

                                   
                                     
(AgoraVox)


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