Iran, pena capitale: 25 persone messe a morte e costrette a “confessare” in tv...





di Riccardo Noury - Amnesty International 
Il 2 agosto, 25 prigionieri accusati di appartenenza a un gruppo armato, sono statimessi a morte uno dopo l’altro per il reato di “inimicizia contro Dio”.
I 25 uomini, tutti sunniti, facevano parte di un più ampio gruppo di prigionieri arrestati tra il 2009 e il 2011 nella provincia del Kurdistan, all’epoca teatro di scontri armati e di omicidi. Molti di loro, tra cui Barzan Nasrollahzadeh, minorenne al momento dell’arresto (nella foto), si trovano ancora nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione.
Subito dopo le esecuzioni, secondo un rapporto di Amnesty International, le autorità iraniane hanno avviato una massiccia campagna di comunicazione facendo trasmettere dai mezzi d’informazione sotto il loro controllo tutta una serie di video contenenti “confessioni” forzate degli imputati, allo scopo di giustificarne la messa a morte.
Nei video compaiono Kaveh Sharifi, Kaveh Veysee, Shahram Ahmadi ed Edris Nemati (messi a morte il 2 agosto) e Loghman Amini, Bashir Shahnazari, Saman Mohammadi e Shouresh Alimoradi, attualmente in un centro di detenzione del ministero dell’Intelligence a Sanandaj, nella provincia del Kurdistan.
I video hanno titoli sensazionalistici come “Nelle mani del diavolo” o “Nel profondo dell’oscurità”, sono accompagnati da colonne sonore melodrammatiche e in alcuni casi preceduti o seguiti da scritte cinematografiche come “prossimamente” o “continua”.
Nelle immagini, i condannati si descrivono in modo denigratorio come “terroristi” che meritano di essere puniti; “confessano” di far parte di un gruppo denominato Towhid va Jahad, che ha compiuto attentati e pianificato l’uccisione di “infedeli”. In alcuni video, si paragonano allo Stato islamico e affermano che avrebbero commesso “atrocità peggiori dello Stato islamico” se non li avessero fermati in tempo. Le loro “confessioni” sono intervallate da immagini di azioni atroci dello Stato islamico in Iraq e in Siria, per sfruttare la paura dei cittadini iraniani e giustificare in questo modo le esecuzioni.
In conversazioni fatte con un telefono cellulare entrato in carcere di nascosto e poi pubblicate online, molti dei 25 prigionieri raccontano di essere stati costretti a rilasciare “confessioni” di fronte alle telecamere dopo aver subito mesi di tortura nelle celle d’isolamento dei centri di detenzione del ministero dell’Intelligence. I prigionieri parlano di calci, pugni, bastonate, frustate, privazione del sonno e diniego di cibo e cure mediche.
“Non avevo alternativa, non ce la facevo più a sopportare altre torture. [I funzionari dell’intelligence] mi hanno messo davanti a una telecamera promettendomi che, se avessi detto quello che loro volevano, il caso sarebbe stato chiuso e sarei stato rilasciato” – sono le parole di Mokhtar Rahimi, uno dei 25 prigionieri poi messi a morte, le cui dichiarazioni sono state usate contro di lui durante il processo.
Un altro prigioniero, Kaveh Sharifi, racconta che ha dovuto imparare a memoria un testo di sei pagine preparato dal ministero dell’Intelligence:
“Ho ripetuto quasi due ore al giorno fino a quando non ho imparato tutto a memoria. Mi hanno persino indicato come muovere le mani e mi hanno detto di mostrare un aspetto sorridente, per non far capire che mi avevano tenuto in isolamento e trattato male”.
I 25 uomini sono stati condannati per il vago reato di “inimicizia contro Dio”, mediante l’“appartenenza a un gruppo salafita sunnita” e la partecipazione ad attentati e omicidi. Nel corso degli anni trascorsi nel braccio della morte, molti di loro hanno ripetutamente negato ogni coinvolgimento.
Amnesty International non è in grado di confermare o smentire le opposte versioni, anche perché i procedimenti giudiziari si sono svolti in segreto. Dalle ricerche dell’organizzazione è emerso comunque che i processi sono stati profondamente iniqui: nel corso delle indagini, gli imputati non hanno avuto diritto a un avvocato e sono stati sottoposti a torture per estorcere “confessioni” poi usate contro di loro.
I video sono stati prodotti e trasmessi da vari mezzi d’informazione controllati dallo stato, tra cui la Islamic Republic of Iran Broadcasting (Irib), Press Tv e un organismo denominato Associazione Habilian. Su questi mezzi d’informazione ricade, dunque, una parte delle responsabilità per le violazioni dei diritti umani inflitte alle persone rappresentate nelle loro produzioni e ai loro familiari.
A oltre tre mesi di distanza dalle esecuzioni, le autorità iraniane ancora non sono in grado di fornire informazioni sui reati specifici per i quali ciascuna delle 25 persone è stata messa a morte...
(AgoraVox)

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