L’Isis sta perdendo...




I curdi liberano Manbij in Siria e i governativi prendono Sirte in Libia, sempre col supporto decisivo dell'aviazione statunitense. Intanto, droni Usa uccidono il capo dell'Isis in Afganistan, e forze speciali americane eliminano il ministro del petrolio del Califfato. Quando si combatte davvero, le belve perdono. E i civili liberati festeggiano...



Le donne si strappano il velo, a Manbij, abbracciano le loro sorelle, le sublimi soldatesse curde che insieme alle bombe americane hanno cacciato il Mostro dalla città, e non smetteranno d’inseguirlo. Gli uomini si tagliano le barbe e si accendono le sigarette, ovvietà che diventano atti di liberazione, come sempre quando sei sotto il tallone del totalitarismo (in questo caso islamico, non stancatevi di dirlo e di pensarlo, finché potete). Si festeggia anche più a ovest, a Sirte, che doveva essere la capitale libica del delirante e assassino Califfato, e che è invece stata ripulita dalle truppe governative di al Sarray anche qui col decisivo supporto dell’aviazione americana che ha martellato ininterrottamente le postazioni del Mostro, uccidendo e degradando (perché così si fa la guerra, non con le candele accese e i PrayFor). Ancora: un raid di droni Usa ha messo fine alla vita e alle barbare imprese di Hafiz Saeed Khan, il capo dell’Isis in Afghanistan, dove la catena di comando è meno strutturata e i leader più difficili da rimpiazzare. Infine: confine siriano-iracheno, quanto di più vicino all’inferno in terra. Una missione di forze speciali americane e di milizie curde ha stanato e ucciso Sami Jassim al Jabouri, nientemeno che il responsabile della produzione e del commercio delpetrolio per conto dello Stato Islamico, la principale fonte di sostentamento del Mostro.
Insomma, per chi ama la libertà seriamente, quindi la vede anzitutto là dove è straziata e sa che per ripristinarla servono tecnica militare e armi, le quali a volte possono essere lo strumento più umanitario che ci sia, sono grandi giorni. Non sono i giorni della vittoria totale, perché otto anni di bizantinismi obamiani hanno reso tabù la presenza massiccia di stivali occidentali (che alla prova dei fatti ha sempre voluto dire angloamericani, Donald Trump in questo senso ha ragione, prima o poi i viziati continentali dovranno uscire dalla loro ignavia atavica) sul terreno del Medio Oriente. Sono però oggettivamente buone notizie, che contengono anche una morale: la superiorità bellica e tecnologica dell’Occidente è tale, che anche sue azioni impigrite e scoordinate, se portate fino in fondo, portano alla disfatta del Mostro. È chiaro a tutti, infatti (anche ai sempre più numerosi anti-americani sparsi nelle redazioni italiche, forse soprattutto a loro) che nessuno di questi successi, temporanei e tattici, ma pur sempre successi, sarebbe stato possibile senza le bombe o le forze speciali statunitensi. Il Pentagono ha infine scelto il partner sul campo affidabile, e non potevano che essere gli eroici curdi, massacrati da tutti e più ostinati di tutti, ha autorizzato missioni aeree non episodiche, e in pochi giorni sono caduti l’avamposto libico del Califfato e la città siriana di Manbij, fondamentale per dimensioni e soprattutto perché teoricamente apre ai combattenti curdo-arabi e alla coalizione americana la via di Raqqa, la testa del serpente, il cuore del Mostro. Perdono, le belve nazi-islamiche. Ogni volta che si combatte seriamente, ogni volta che incontrano uomini determinati a cancellarli, non a contenerli, come i curdi, ogni volta che si scontrano con la potenza e la competenza militare angloamericana (molto attive anche le forze speciali di Sua Maestà, sia in Libia che in Siria) perdono. E quando perdono, si torna a vivere.
Ce lo siamo dimenticati, forse, satolli di decenni di pace in Europa garantiti dall’esposizione militare americana. Ma quello che succede in questi giorni a Manbij, a Sirte, in ogni villaggio strappato al Mostro, le persone che riempiono le piazze deserte fino a un giorno prima, uomini e donne che portano in trionfo i loro liberatori, festa e balli (notoriamente proibiti dalla sharia) là dove c’erano solo sangue innocente e dolore insensato, è quello che accadeva più di sessant’anni fa nel Vecchio Continente, in ogni città liberata dall’avanzata alleata, a ogni angolo di strada dalla Normandia fino al cuore della Germania, di fronte a ogni sconfitta e a ogni fuga dei nazisti oppressori. È la libertà che ritorna, non nei discorsi dotti, ma nella sua autoevidenza fisica, è l’esistenza umana che si riprende i suoi diritti sulla sopravvivenza bestiale, è la dimostrazione definitiva che noi siamo migliori e, incidentalmente ma non troppo, che esistono guerre giuste. Nessuna guerra oggi è giusta quanto quella al nuovo nazismo dell’Isis, e il fatto che la gran parte dell’attuale classe dirigente occidentale non se ne renda conto, o lo ignori deliberatamente per pavidità politica e complicità ideologica, la rende ancora più urgente. Se non siete d’accordo, non dovete dirlo a noi, ma a loro. Alle donne di Manbij che saltano gettando in aria il “cencio medievale” (Oriana dixit) dell’oppressione, agli uomini di Sirte che bruciano le bandiere dell’Isis, a tutti i civili ancora in mano ai jihadisti, torturati, amputati, decapitati. Ditelo a loro, che la guerra al Mostro non è la soluzione. Noi, ci auguriamo di svegliarci domani con un’altra avanzata dei curdi, con un altro massiccio bombardamento americano, con un’altra incursione dei Seals o della Delta contro il Califfo, fino alla fine...
(L'Intraprendente)

Commenti

AIUTIAMO I BAMBINI DELLA SCUOLA DI AL HIKMA

Post più popolari

facebook