Siria, le giovani rifugiate vittime di violenza sessuale...
Tante rifugiate si sposano giovanissime. Per dare aiuto economico alla famiglia. Ma spesso subiscono stupri. Trasformandosi in schiave. La storia di Kawthar.
di Mauro Pompili
Matrimoni precoci, stupri, sfruttamento: le giovani rifugiate siriane sono spesso vittime del loro status e di tradizioni ancestrali.
Una generazione di bambine e adolescenti che sta pagando un tributo pesantissimo alla guerra.
Kawthar, 15 anni, è stata violentata dal marito tre giorni dopo il suo matrimonio.
Un mese dopo è riuscita ad andare via dalla casa del marito e in seguito a ottenere il divorzio.
A due anni dalla tragica esperienza ha deciso di raccontare la sua storia: «Vivevamo a Homs e siamo scappati in Libano tre anni fa», dice a Lettera43.it.
LA TESTIMONIANZA DI KAWTHAR. Con la madre e le sorelle si stabilirono nel campo profughi di Bar Elias, una città sunnita di 30 mila abitanti che ospita 10 mila rifugiati palestinesi e 100 mila siriani.
Kawthar è la più giovane di cinque figlie, le due maggiori sono sposate senza problemi e i suoi genitori sono divorziati da anni.
«Mio padre è rifugiato in Giordania e non si cura assolutamente di noi», racconta. «Quando siamo arrivati in Libano non avevamo nulla. Allora ho detto a mia madre che mi sarei sposata, così non sarei stata più un peso per lei. Quando è venuto il sensale di matrimonio mi ha parlato di un uomo di 28 anni, anche lui un rifugiato originario di Homs che viveva in un altro campo».
La madre a malincuore non si è opposta: «Siamo stati fidanzati per un mese. L’uomo non mi piaceva, ma quello era il solo modo che avevo per aiutare la famiglia. Il giorno del matrimonio non è neppure venuto a prendermi. Ha mandato suo fratello e non ha voluto che nessuno della mia famiglia mi accompagnasse a Zaffe, dove viveva».
LEGATA DALLE SORELLE. Per la 15enne lì è iniziato l’incubo: «Per tre giorni ho rifiutato di dormire con lui, la cosa mi terrorizzava», dice. «Il terzo giorno intorno alle 12 è entrato con le sue tre sorelle nella tenda dove stavo. Hanno cercato di legarmi, ma mi sono difesa con un paio di forbici e ho iniziato a gridare aiuto sperando che i vicini intervenissero, ma non è arrivato nessuno. Le donne mi hanno strappato le forbici e imbavagliata con un hijab, con altri due hijab mi hanno legato le mani e mi hanno immobilizzato. L'uomo ha cercato di prendermi con la forza, ma io facevo resistenza. Allora la sorella mi ha deflorato con le sue dita e poi lui mi ha preso con rabbia. Tutta la sua famiglia era là e anche i vicini, ma nessuno è intervenuto».
Un mese dopo, grazie all’aiuto di sua madre e di uno zio, Kawthar è tornata nella sua famiglia.
Oggi vuole diventare una fotografa, per questo ha partecipato ai corsi realizzati da Kaf, una Ong locale che segue le giovani in difficoltà nei campi profughi libanesi: «Voglio provare a raccontare con le immagini le storie di noi giovani siriane. Di sicuro non mi sposerò mai più».
Una generazione di bambine e adolescenti che sta pagando un tributo pesantissimo alla guerra.
Kawthar, 15 anni, è stata violentata dal marito tre giorni dopo il suo matrimonio.
Un mese dopo è riuscita ad andare via dalla casa del marito e in seguito a ottenere il divorzio.
A due anni dalla tragica esperienza ha deciso di raccontare la sua storia: «Vivevamo a Homs e siamo scappati in Libano tre anni fa», dice a Lettera43.it.
LA TESTIMONIANZA DI KAWTHAR. Con la madre e le sorelle si stabilirono nel campo profughi di Bar Elias, una città sunnita di 30 mila abitanti che ospita 10 mila rifugiati palestinesi e 100 mila siriani.
Kawthar è la più giovane di cinque figlie, le due maggiori sono sposate senza problemi e i suoi genitori sono divorziati da anni.
«Mio padre è rifugiato in Giordania e non si cura assolutamente di noi», racconta. «Quando siamo arrivati in Libano non avevamo nulla. Allora ho detto a mia madre che mi sarei sposata, così non sarei stata più un peso per lei. Quando è venuto il sensale di matrimonio mi ha parlato di un uomo di 28 anni, anche lui un rifugiato originario di Homs che viveva in un altro campo».
La madre a malincuore non si è opposta: «Siamo stati fidanzati per un mese. L’uomo non mi piaceva, ma quello era il solo modo che avevo per aiutare la famiglia. Il giorno del matrimonio non è neppure venuto a prendermi. Ha mandato suo fratello e non ha voluto che nessuno della mia famiglia mi accompagnasse a Zaffe, dove viveva».
LEGATA DALLE SORELLE. Per la 15enne lì è iniziato l’incubo: «Per tre giorni ho rifiutato di dormire con lui, la cosa mi terrorizzava», dice. «Il terzo giorno intorno alle 12 è entrato con le sue tre sorelle nella tenda dove stavo. Hanno cercato di legarmi, ma mi sono difesa con un paio di forbici e ho iniziato a gridare aiuto sperando che i vicini intervenissero, ma non è arrivato nessuno. Le donne mi hanno strappato le forbici e imbavagliata con un hijab, con altri due hijab mi hanno legato le mani e mi hanno immobilizzato. L'uomo ha cercato di prendermi con la forza, ma io facevo resistenza. Allora la sorella mi ha deflorato con le sue dita e poi lui mi ha preso con rabbia. Tutta la sua famiglia era là e anche i vicini, ma nessuno è intervenuto».
Un mese dopo, grazie all’aiuto di sua madre e di uno zio, Kawthar è tornata nella sua famiglia.
Oggi vuole diventare una fotografa, per questo ha partecipato ai corsi realizzati da Kaf, una Ong locale che segue le giovani in difficoltà nei campi profughi libanesi: «Voglio provare a raccontare con le immagini le storie di noi giovani siriane. Di sicuro non mi sposerò mai più».
Il matrimonio precoce come modo per aiutare la famiglia
Una bambina siriana seduta nel campo profughi di Majdal Anjar, Libano.
Il matrimonio precoce è vietato dalla Convenzione del 1979 delle Nazioni Unite.
Eppure, secondo uno studio pubblicato dalla Université Saint Joseph di Beirut, il 23% delle donne siriane in Libano si è sposata prima di compiere i 18 anni, uno dei tanti tragici effetti collaterali della guerra civile.
«UN PROBLEMA PER MOLTE COMUNITÀ». Profughi e in condizione di povertà estrema, molti capofamiglia spesso considerano che il matrimonio delle figlie bambine sia la sola via per garantire loro la sopravvivenza.
Jean Khoury, il responsabile della comunicazione per il Centro Migranti Caritas libanese, spiega: «I matrimoni precoci sono una convenzione ancestrale in alcune comunità, soprattutto rurali. Questo rende estremamente difficile affrontare la questione. Realizziamo iniziative di sensibilizzazione nei campi, ma molte persone non considerano il matrimonio precoce un problema per la loro comunità. Il problema maggiore si registra con le ragazze che non vanno a scuola. In questo caso per i genitori è molto semplice pensare che il matrimonio è la sola strada per offrire loro un futuro».
IL PAGAMENTO DEL MUQADDAM. Oltre l’80% dei bambini siriani in Libano non frequenta la scuola. I maschi in maggioranza finiscono nella rete del lavoro nero per garantire un’entrata economica, seppure minima.
Anche le ragazze, sposandosi, aiutano a sostenere la famiglia. Il matrimonio comporta, da parte dello sposo, il pagamento della Muqaddam, equivalente della nostra dote, che consiste nel dare un regalo o una somma di denaro alla famiglia della sposa prima del matrimonio.
Questa pratica dovrebbe proteggere la sposa, rafforzando il suo nucleo familiare soprattutto nell’eventualità di un divorzio.
Ma la povertà provocata dalla guerra ha snaturato questo uso, e spesso le famiglie più disagiate cercano di ottenere la Muqaddam a ogni costo, trasformando un’antica consuetudine quasi in una tratta di esseri umani.
IL RUOLO DEI TRIBUNALI RELIGIOSI. Una volta sposate, le ragazze corrono molti rischi.
Alcune, come Kawthar, vengono violentate dai mariti o costrette subito a partorire, con enormi pericoli per loro e per il neonato.
Nel 2014, il governo libanese ha promosso una legge che dà ai giudici civili il compito di valutare e approvare ogni singolo matrimonio precoce.
La proposta, però, sta affrontando la strenua opposizione di tutti i tribunali religiosi, a oggi le sole istituzioni autorizzate a registrare i matrimoni.
Fortunatamente, non tutte le ragazze hanno il destino di Kawthar: «Ho rifiutato sette proposte di matrimonio per la mia bimba di 15 anni», dice Nada, vedova che sta nello stesso campo. «Noi due insieme dobbiamo trovare un modo per sopravvivere. E poi lei deve dedicarsi agli studi»...
Eppure, secondo uno studio pubblicato dalla Université Saint Joseph di Beirut, il 23% delle donne siriane in Libano si è sposata prima di compiere i 18 anni, uno dei tanti tragici effetti collaterali della guerra civile.
«UN PROBLEMA PER MOLTE COMUNITÀ». Profughi e in condizione di povertà estrema, molti capofamiglia spesso considerano che il matrimonio delle figlie bambine sia la sola via per garantire loro la sopravvivenza.
Jean Khoury, il responsabile della comunicazione per il Centro Migranti Caritas libanese, spiega: «I matrimoni precoci sono una convenzione ancestrale in alcune comunità, soprattutto rurali. Questo rende estremamente difficile affrontare la questione. Realizziamo iniziative di sensibilizzazione nei campi, ma molte persone non considerano il matrimonio precoce un problema per la loro comunità. Il problema maggiore si registra con le ragazze che non vanno a scuola. In questo caso per i genitori è molto semplice pensare che il matrimonio è la sola strada per offrire loro un futuro».
IL PAGAMENTO DEL MUQADDAM. Oltre l’80% dei bambini siriani in Libano non frequenta la scuola. I maschi in maggioranza finiscono nella rete del lavoro nero per garantire un’entrata economica, seppure minima.
Anche le ragazze, sposandosi, aiutano a sostenere la famiglia. Il matrimonio comporta, da parte dello sposo, il pagamento della Muqaddam, equivalente della nostra dote, che consiste nel dare un regalo o una somma di denaro alla famiglia della sposa prima del matrimonio.
Questa pratica dovrebbe proteggere la sposa, rafforzando il suo nucleo familiare soprattutto nell’eventualità di un divorzio.
Ma la povertà provocata dalla guerra ha snaturato questo uso, e spesso le famiglie più disagiate cercano di ottenere la Muqaddam a ogni costo, trasformando un’antica consuetudine quasi in una tratta di esseri umani.
IL RUOLO DEI TRIBUNALI RELIGIOSI. Una volta sposate, le ragazze corrono molti rischi.
Alcune, come Kawthar, vengono violentate dai mariti o costrette subito a partorire, con enormi pericoli per loro e per il neonato.
Nel 2014, il governo libanese ha promosso una legge che dà ai giudici civili il compito di valutare e approvare ogni singolo matrimonio precoce.
La proposta, però, sta affrontando la strenua opposizione di tutti i tribunali religiosi, a oggi le sole istituzioni autorizzate a registrare i matrimoni.
Fortunatamente, non tutte le ragazze hanno il destino di Kawthar: «Ho rifiutato sette proposte di matrimonio per la mia bimba di 15 anni», dice Nada, vedova che sta nello stesso campo. «Noi due insieme dobbiamo trovare un modo per sopravvivere. E poi lei deve dedicarsi agli studi»...
(Lettera 43)











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