YEMEN. Al Qaeda è ancora lì, le precondizioni del governo anche...




Secondo i residenti di Jaar e Zinjibar i qaedisti sono tornati nelle città da cui erano stati cacciati. Intanto i sauditi ribaltano il piano di pace Onu: prima vogliono il ritiro Houthi, poi la pace. “Proposta” rigettata dai ribelli, la guerra continua



Al Qaeda è tornata nel sud dello Yemen: i residenti delle città di Jaar e Zinjibar, capoluogo della provincia di Abyan, hanno denunciato – in condizione di anonimato – il rientro di miliziani qaedisti nelle loro comunità, a settimane dalla loro cacciata da parte delle forze pro-governative.
E si sono fatti notare: a bordo di pick up attrezzati con fucili automatici, i jihadisti sono comparsi nei giorni scorsi nelle zone che avevano perso. Capace di allargarsi nel paese, approfittando del caos politico, del vacuum istituzionale e dell’operazione militare guidata dall’Arabia Saudita, al Qaeda aveva occupato ampie porzioni delle regioni sud-orientali dello Yemen, arrivando a creare una vera e propria amministrazione sostituiva dello Stato centrale. A sostenerli nell’impresa erano state le tribù locali, che in cambio di supporto avevano ottenuto il mantenimento del potere di cui godevano prima dell’ingresso di al Qaeda.
Che il braccio yemenita di al Qaeda sia il più potente della rete globale non è una novità. Che abbia rafforzato tale potenza con l’aiuto della coalizione sunnita anti-Houthi non è un mistero:ad Aden, seconda città yemenita per importanza, a sud del paese, i combattenti pro-governativi avevano cacciato i ribelli Houthi solo grazie all’intervento dei miliziani qaedisti. Dall’altra parte, l’Arabia Saudita – che ha bombardato e bombarda con costanza zone residenziali, fattorie e fabbriche, scuole e ospedali – ha sempre evitato di colpire le postazioni qaediste, operazioni a cui gli Stati Uniti hanno dedicato anni della cosiddetta guerra a distanza con i droni.
Eppure, nonostante al Qaeda abbia chiaramente dimostrato le proprie capacità militari, resta un obiettivo minore del governo centrale, alleato saudita. Il vero target è il movimento Houthi che da due anni non chiede altro che maggiore inclusione politica. Riyadh non intende dargliela e copre l’offensiva con il negoziato Onu, del tutto fallimentare. Perché le precondizioni restano sempre le stesse: se gli Houthi hanno accettato di ritirarsi dalle zone occupate da settembre 2014 e di abbandonare le armi in cambio di un governo di unità e transizione, il governo insiste nel fare il percorso contrario. Prima, ha ribadito giovedì, gli Houthi se ne vanno; poi, una volta che le istituzioni saranno state ristabilite, si potrà parlare di dialogo politico.
“Non ci può essere nessun accordo politico prima del ritiro del ribelli e la consegna delle armi – ha detto il portavoce governativo – e prima della riconsegna alle legittime autorità delle istituzioni e le agenzie dello Stato. Ogni partnership politica in futuro dovrà avvenire tra partiti politici e gruppi che non hanno milizie”.
Esattamente l’opposto della road map faticosamente disegnata dalle Nazioni Unite che in Kuwait tentano la via del negoziato: l’inviato Onu Ismail Ould Cheikh Ahmed ha pensato ad un’avanzata in tandem, governo e ritiro nello stesso momento. Ovvia la reazione Houthi: nessun accordo fino a quando non sarà nominato un governo di unità e un presidente che abbia il consenso nazionale. I ribelli non intendono cedere perché sanno bene che un passo indietro significherà il ritorno nell’oblio e la perdita di quanto ottenuto in questi due anni: hanno costretto l’Arabia Saudita a impantanarsi in una guerra che non riescono a vincere.
La reazione saudita è brutale: la violenza dei bombardamenti ha provocato tra i 6.400 e i 9mila morti, hanno costretto allo sfollamento oltre due milioni di persone e inchiodato 21 milioni di civili a fame e stenti. Ha devastato le infrastrutture dello Yemen e la sua fragile economia, rendendola ancora più dipendente dagli aiuti del potente vicino.

Il tutto nel silenzio della comunità internazionale che pare non accorgersi neppure della guerra in Yemen. Anzi, continua a rifornire Riyadh e i suoi alleati delle armi che gli servono alla devastazione. (Nena News)

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