I bambini siriani lavorano per sopravvivere...
Il rapporto di Terre des Hommes documenta un aumento impressionante dei bambini impiegati anche in mestieri faticosi e rischiosi in Libano, Turchia, Iraq, Giordania, Grecia (oltre che in Siria)
Fadel, 16 anni, l’allevamento di polli in Libano
di Viviana Mazza
Fadel ha 16 anni e indossa una tuta grigia da lavoro troppo grande per lui. «Devo trasportare i pulcini in magazzino e assicurarmi che mangino tutti i giorni fino a quando non diventano adulti. Qui c’è un sacco di polvere», spiega. Siriano, è fuggito dalla provincia di Idlib fino in Libano. Da quattro anni, lavora in un allevamento di polli assieme al padre e al fratello minore.

Fadel, 16 anni, profugo in Libano, lavora in un allevamento di polli in Libano (Foto Olivier Girard)
Oggi, in occasione della Giornata mondiale contro il lavoro minorile, Terre des Hommes, onlus italiana che dà assistenza agli sfollati e profughi siriani, ha pubblicato un rapportoche ci aiuta a raccontare alcune delle loro storie. Non ci sono dati ufficiali, ma le organizzazioni che lavorano con i rifugiati siriani in Libano, Turchia, Giordania e lungo la rotta balcanica, oltre che all’interno del Paese, notano un aumento impressionante del lavoro minorile, anche in mestieri rischiosi, nocivi o traumatici. Anche occuparsi dei morti «raccogliendo le parti del corpo di chi è stato ucciso per cremarlo», per esempio, è considerato un mestiere da bambini. Dopo aver dato fondo ai risparmi, aver venduto ciò che avevano e ridotto le spese per cibo e salute, non resta alle famiglie che lasciare che i figli lavorino, anche perché in alcuni Paesi farlo è illegale per i rifugiati ma la polizia tende ad essere meno dura con i bambini che con gli adulti.
Fadel ha dovuto interrompere gli studi: il sistema scolastico siriano e quello libanese sono diversi: lui frequentava la seconda media, non è riuscito a rimettersi in pari. «Inizio a lavorare tutte le mattine alle 7, ogni giorno faccio le stesse cose. Non è facile, ma devo aiutare la mia famiglia: sono il più grande tra i miei fratelli, devo aiutarli». I loro guadagni permettono di pagare l’affitto e sostenere il resto della famiglia. Ma Fadel sogna una vita diversa: «Vorrei che la guerra finisse, vorrei tornare a casa mia. Quando tornerò in Siria mi piacerebbe ritornare a scuola, perché il mio sogno è quello di diventare un pilota. Mi piace vedere gli aerei volare nel cielo»...
(Corriere della Sera)











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