Tawakkol Karman, lo Yemen e quella primavera araba da cui si può imparare...






Il premio Nobel per la Pace nel 2011 chiede una mano all'Italia. E a Giornalettismo spiega: «Abbiamo bisogno della vostra voce per raccontare veramente cosa succede in Yemen»

Una pace sostenibile. Questo il sogno di Tawakkol Karman, premio Nobel per la Pace nel 2011. Membro del partito Al-Islah (Congregazione Yemenita per la Riforma, la branca yemenita dei Fratelli Musulmani) e leader dal 2005 del movimento Ṣaḥafiyyāt bilā quyūd (Giornaliste senza catene), gruppo umanitario da lei creato. Karman è arrivata in Italia per raccontare uno Yemen diverso da quello che emerge sui media. «Perché il dato reale – spiega in un incontro organizzato dalla Fondazione Eyu – è che si tratta di un presidente destituito contro il suo popolo».

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TAWAKKOL KARMAN “LO YEMEN HA BISOGNO DI UNA ECONOMIA REALE E FORTE”

In mezzo una guerra civile. Il resto – uno Yemen conteso tra l’Arabia Saudita e l’Iran – fa da sfondo a una rivoluzione mancata. Mancata come quell’articolo che Tawakkol firmò sul New York Times, quando lei, da protagonista, visse sulla sua pelle la primavera araba del suo paese, contro il dittatore ʿAlī ʿAbd Allāh Ṣāleḥ e il suo governo. Più volte arrestata, madre di tre bambini, Tawakkol Karman è diretta. Semplice. Non ha peli sulla lingua quando si tratta di parlare del «controllo delle agenzie statunitensi e del governo saudita sullo Yemen» e non li ha nemmeno ora quando spiega che l’Italia può avere «un ruolo decisivo». Perché si tratta di uno scontro «tra libertà e terrore» in un paese che per fare la rivoluzione ha bisogno di una «economia forte».

LA SITUAZIONE IN YEMEN

Lo Yemen è nato il 22 maggio 1990 con l’unione del Sud (ex marxista-filosovietico, ora indipendente e moderatamente filo-saudita) e  il Nord, che fin dal 1978 era governato da Ali Abdullah Saleh (con la repressione della minoranza Zaydi). Il 27 febbraio 2012 Ṣaleḥ ha formalmente ceduto il potere al suo ex vice, Abd Rabbih Manṣur Hadi. Formalmente. Perché in realtà Saleh ha sempre avuto una sua voce nella capitale Sana’a. L’influenza dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG: Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar) e degli Stati Uniti non ha aiutato. Il conflitto si è inasprito quando una coalizione guidata dall’Arabia Saudita è intervenuta bombardando le postazioni dei ribelli houthi che cercavano d’impadronirsi di tutto il paese. Houthi che, sostenuti dall’Iran, secondo alcuni analisti non disdegnano (anche se storici nemici) la figura di Saleh in una sorta di alleanza di “convenienza”.

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TAWAKKOL KARMAN E LE MANCATE PRIMAVERE: LO STESSO BUIO CHE HA PORTATO AL CASO REGENI

Nel mezzo la popolazione e le donne che, racconta Tawakkol Karman, vivono una condizione di precarietà, tra curruzione e un indice di analfabetismo elevato. Karman è figlia di ʿAbd al-Salām Khālid Karmān, leader dei Fratelli Musulmani, ministro degli Affari Giuridici ed ex membro del Consiglio della Shura dello Yemen. Una eredità scomoda? «Affatto. Da mio padre ho imparato a superare il concetto tradizionale delle donna nella nostra società». Tawakkul si tolse il niqāb (velo semi-integrale) alla Conferenza sui diritti umani del 2004 e da allora ha esortato tutte le altre a farlo. «Ho bisogno della vostra voce», spiega. «Occorre assumere una posizione ferma. Il cessate il fuoco e la consegna delle milizie allo stato. Bisogna garantire giustizia e un risarcimento alle famiglie vittime di questa guerra. Incluso il congelamento dei beni di Saleh». Perché dal buio, lei ci crede, si può uscire. Si tratta della stessa mancanza di diritti, dell’oscurità. «Il caso di Regeni è un esempio», racconta nel suo lungo discorso. In Egitto «ci sono stati degli errori». «Ma tutto ciò non giustifica la situazione attuale. Il potere militare è una cosa pessima». «Ci vuole solo democrazia- conclude – la rivoluzione, le nostre rivoluzioni, non sono finite».
(in copertina foto ANSA/ALESSANDRO DI MEO)
(Giornalettismo)

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