Il dramma di una madre Due figlie con il Califfato altre due sedotte dalla jihad...
In Tunisia, uno dei principali paesi di provenienza delle jihadiste dell’Isis,
ora la propaganda spinge le donne a partire per la Libia, «la nuova frontiera»
di Viviana Mazza
Alla madre è rimasta un’unica foto in cui si vede ancora il volto di Rahma. Prima che sua figlia decidesse di indossare il niqab che lascia trasparire solo gli occhi. Prima che bruciasse tutte le immagini che la ritraevano senza velo, con la maglietta di qualche gruppo rock e la chitarra elettrica a tracolla.
Dalla Tunisia Rahma, 17 anni, insieme alla sorella diciottenne Ghofran è partita per la Libia per unirsi all’Isis: hanno sposato due jihadisti, che poi a febbraio sono stati uccisi in un bombardamento americano, e sono state catturate da una milizia di Tripoli. Ora la madre, Oulfa Hamrounni, intervistata dal Washington Postnella sua casa a Mornag, in Tunisia, teme che anche le due figlie più piccole, di 11 e 13 anni, possano seguire le sorelle. «Hanno fatto bene a partire — dice l’undicenne Taysin, abito rosa, hijab nero —. I miscredenti devono essere uccisi, stanno cercando di sconfiggere l’Islam e noi dobbiamo combatterli». Ha una bambola vestita rosa: si chiama Rahma, come la sorella jihadista.
Trecento ragazze tunisine in Libia
L’Isis è sempre stato particolarmente aggressivo nel reclutare le donne. Le regioni di partenza più «colpite» sono quelle del Medio Oriente e del Nord Africa: dalla Tunisia sono almeno 700 le «muhajirat», le migranti che hanno raggiunto la Siria e l’Iraq. La studiosa Badra Gaaloul, del Centro Internazionale di Studi Strategici di Tunisi, stima che le tunisine siano 300 delle 1000 jihadiste in Libia.
Infatti l’organizzazione terroristica le invita sempre più a partire per Sirte: anche qui come in Siria la strategia è di rafforzare la presenza dell’Isis attraverso nuclei familiari. «La propaganda presenta la Libia come la nuova frontiera. L’invito alle donne straniere indica il bisogno di consolidare il territorio conquistato», spiega Melanie Smith dell’Istituto per il Dialogo Strategico di Londra. In Libia come in Siria, compito cruciale per le ragazze è di sposare i miliziani e partorirne i figli. Rahma era la moglie del comandante tunisino Noureddine Chouchane mentre Ghofran ha un bimbo di sei mesi. Ma proprio a Sabratha, dove sono state catturate, sono stati documentati i primi casi di donne usate dall’Isis per combattere «al fianco degli uomini», come ha dichiarato al Times di Londra il sindaco Hussein Al Thwadi: sette arrestate, tre uccise in battaglia. Una di loro avrebbe cercato di farsi saltare in aria con una cintura esplosiva.
La radicalizzazione dal 2011
Ora Oulfa tiene lontane le più piccole da Facebook. La radicalizzazione delle sorelle è avvenuta tra problemi familiari e rivolte politiche: il padre disoccupato che si ubriacava, la Primavera dei Gelsomini con le sue speranze e delusioni. Hanno iniziato a frequentare un campo di educazione islamica davanti casa, a Sousse: l’imam invitava ad abbandonare ogni influenza occidentale. Dalla chitarra alle cerimonie in memoria dei «martiri» in Siria, dai poster rock alla bandiera nera dell’Isis appesa in camera. Invitavano le sorelline a lasciare la scuola «dei miscredenti», mostravano loro i video degli addestramenti di bambini. Ricorda la tredicenne Aya: «Mi dicevano: unisciti all’Isis, combatti»...
(Corriere della Sera Esteri)











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