Turchia guerra civile un rischio o un fatto?...
La Turchia dell'islamismo nazionalista di Erdogan che combatte i nemici curdi molto più dei jihadisti Isis
In 2 giorni a Cizre, la Turchia alle porte di Siria e Iraq, 23 curdi uccisi tra cui un ragazzino di 11 anni. Oltre 300 morti in scontri a fuoco nell’anno. Coprifuoco in 17 province e 7 città, per 1,3 milioni di cittadini sotto assedio di polizia e dell’esercito turco. Se non è guerra civile..
Francesco Ventura *
La Turchia rischia di scivolare in una guerra civile? È la domanda che molti commentatori politici si stanno ponendo. Di sicuro c’è che gli scontri tra le forze di sicurezza e i militanti del Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, si sono intensificati nel sud-est del paese. Solo negli ultimi due giorni a Cizre sono stati uccisi almeno 23 militanti curdi, tra cui un ragazzino di 11 anni, Salih Edim, durante le operazioni militari. Il numero è però destinato a crescere ancora. E si somma agli oltre 300 morti in combattimenti a fuoco dall’inizio dell’anno. Attualmente in cinque città vige il coprifuoco. Ma da metà agosto ad oggi si sono susseguiti ben 52 coprifuoco in 17 province di 7 città, per un totale di 1,3 milioni di cittadini che si sono trovati sotto assedio delle forze di polizia e dell’esercito turco.
A Cizre, Silopi e Nusaybin, tre cittadine a ridosso del confine con la Siria, il coprifuoco è iniziato lunedì scorso. Sono state chiuse le scuole e il ministro dell’Istruzione Nabi Avci ha inviato un insolito messaggio a circa 3000 insegnanti pubblici, chiedendogli di tornare alle proprie città natali per un corso di formazione. In molti stanno abbandonando le città sotto assedio. Chi non trova autobus scappa a piedi o in autostop. Fonti curde parlano di circa 200mila persone che hanno già dovuto lasciare la propria casa. Ma a dottori e personale medico è stato impedito di lasciare gli ospedali. Una dichiarazione che ha fatto aumentare il panico tra la popolazione.
Oltre 10mila unità tra polizia ed esercito sono state inviate sul luogo a mantenere l’assedio, aiutate da carri armati e altri veicoli militari. Martedì il premier Ahmet Davutoglu aveva promesso che avrebbe impedito al Pkk di diffondere la guerra dalla Siria e l’Iraq anche all’interno della Turchia, sottolineando che “tutti i distretti verranno ripuliti dagli elementi terroristici, strada per strada, casa per casa, se necessario”. Il Pkk è in effetti considerato un’organizzazione terroristica da Turchia, Unione Europea e Stati Uniti.
Cizre, epicentro degli scontri di settembre, è una città in guerra. I muri sono crivellati di colpi e i carri armati abbattono edifici alla ricerca di combattenti del Pkk. Ma il vero centro della rivolta è il quartiere antico di Sur a Diyarbakir, considerata la capitale del Kurdistan turco. Qui il 12 dicembre, per lasciare il tempo agli abitanti di abbandonare la città, è stato interrotto per 17 ore il coprifuoco che durava da 9 giorni, poi ripreso e tutt’ora in vigore.
Il quartiere ospita circa 125mila persone, più di 10mila negozi e artigiani con altrettanti dipendenti. Mille hanno già chiuso le attività, lasciando senza lavoro tra i 3000 e i 5000 dipendenti. Qui il Movimento della Gioventù Patriottica Rivoluzionaria (Ydg-H), ramo urbano del Pkk, ha preso il controllo di vaste aree residenziali fin da agosto, dichiarando l’ “auto-governo”. Forze miste di veterani del Pkk e di giovani dell’Ydg-H, equipaggiati con avanzati missili anti-tank e missili terra-aria, scavano trincee ed erigono barricate.
Il Pkk sta anche curando l’aspetto economico della guerra, stilando una lista di amici e nemici per amministrare le attività economiche e i luoghi di scontro. Ma sulla crisi incombe l’ombra della vera e propria guerra civile. A minacciarla è l’editore di un giornale locale, Ahmet Sumbul: “questo è l’inizio, e la rivolta potrebbe estendersi al resto del paese. Non dimenticate che ci sono 5 milioni di curdi nella sola Istanbul, e molti di loro sono giovani, disoccupati ed alienati”. Alcuni blocchi stradali si sono già fatti vedere nella metropoli sul Bosforo.
Rimane assordante il silenzio del leader storico del Pkk Abdullah Ocalan, che sta scontando una pena all’ergastolo nell’isola-prigione di Imrali, nel mar di Marmara. Molti giovani, armati di kalashnikov e bombe a mano, hanno fatto sapere che si fermeranno solo se gli verrà ordinato da Ocalan stesso. Altrimenti andranno avanti fino “all’ultima goccia di sangue, fino a che la rivoluzione del Kurdistan non sarà completa”. D’altra parte è dal 6 aprile scorso che le autorità turche non permettono a nessuno di fare visita al capo del Pkk. Il silenzio forzato di Ocalan è quindi stato sostituito dalla linea intransigente del comandante del Pkk Cemil Bayik, sostenitore dell’appoggio all’Ydg-H.
Ma è proprio il forzato silenzio di Ocalan a illuminare sul cambio di strategia del governo turco nei confronti del Pkk. Il governo dell’Akp, il partito del premier Davutoglu e del presidente Erdogan, fu il primo a trattare direttamente con il leader curdo, giungendo ad un cessate il fuoco nel 2013. La tregua fu interrotta in seguito all’attentato suicida nella cittadina curda di Suruc, dove hanno trovato la morte 33 attivisti curdi, lo scorso 20 luglio. Da allora il Pkk ha ripreso i combattimenti. E il governo la repressione, spesso indiscriminata, delle città curde del sud-est dell’Anatolia.
Le ragioni di questo cambio di strategia da parte del governo sono da ricercare nel timore di un successo curdo sul fronte siriano. Nel settembre del 2014 Ocalan disse che la caduta di Kobane, assediata dalle milizie dello Stato Islamico, avrebbe fatto naufragare il processo di pace tra Turchia e Pkk. Il governo però teme di più una saldatura tra i cantoni curdi siriani e le province anatoliche del Kurdistan. Alle elezioni legislative del 7 giugno scorso l’Akp aveva sacrificato l’alleanza con i curdi per virare verso un energico nazionalismo. Da quel momento il Pkk è tornato ad essere il nemico da estirpare.
Secondo Amberin Zaman, rispettata commentatrice turca, il governo starebbe cercando di esasperare la situazione al fine di provocare una reazione della maggioranza dei curdi contro il Pkk e la sua politica del sacrificio senza fine. La situazione sembra essere tornata quella sanguinosa degli anni ’90. L’escalation di violenza sembra non fermarsi.
Ma oggi il contesto internazionale è diverso. Con il Kurdistan iracheno che ha raggiunto un’indipendenza de facto, da una parte, e quello siriano in guerra, dall’altra, il Pkk potrebbe pensare di tentare il tutto per tutto. A quel punto la Turchia si troverebbe davvero sprofondata in una guerra civile dagli esiti imprevedibili.
* Francesco Ventura, Master in Relazioni Internazionali e Studi Europei all’Università di Firenze. Analista politico, si interessa principalmente di Turchia, Medio Oriente, questioni energetiche e geopolitica dell’acqua. Collabora con il think tank inglese EUCERS, con le riviste italiane Limes e Altitude, e ora con RemoContro.











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