La Jihad delle donne: le foreign fighter europee al fianco dell’ISIS...
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Pochi giorni fa sulle prime pagine dei giornali internazionali campeggiava la storia di Samra Kesinovic, diciassettene austriaca che sarebbe stata uccisa a martellate dai jihadisti dello Stato Islamico per aver tentato la fuga dalla Siria dove si era recata nel 2014 con lo scopo di unirsi al Califfato.
Parallelamente nel Regno Unito ha destato grande scalpore l’indagine sotto copertura effettuata da una giornalista di Channel 4, riuscita ad addentrarsi all’interno di una cellula segreta composta da donne islamiche, convinte sostenitrici dell’ISIS che, attraverso un’efficacissima propaganda diretta o via internet, riesce a convincere decine di donne musulmane britanniche a compiere l’ormai celebre viaggio per unirsi alla Jihad.
Non bisogna poi dimenticare Hasna Aitboulahcen, cugina di Abdelhamid Abaoud, jihadista indicata per giorni come la Kamikaze del blitz di Saint Denis in cui è rimasto ucciso la mente degli attentati di Parigi del 13 novembre. Nonostante la notizia sia stata smentita dalla polizia francese, Hasna è diventata il simbolo di tutte le donne che decidono di unirsi, e in determinati casi di immolarsi, in nome dello Stato Islamico.
Sono considerate anch’esse foreign fighter, combattenti che decidono di partire dall’occidente per “lottare” al fianco del Daesh. Benché il loro ruolo sia molto diverso da quello degli uomini, nel corso degli ultimi anni lo stuolo di donne occidentali che ha scelto di andare in Siria è diventato sempre più numeroso e, nonostante si tratti di un fenomeno ancora circoscritto rispetto al corrispondente maschile, è già stato oggetto di numerosi studi effettuati allo scopo di prevenire le partenze e de-radicalizzare le giovanissime che si uniscono alla “Guerra Santa”.
Ma quante sono le donne europee che si sono recate in Siria per unirsi alla Jihad?
Le jihadiste europee dell’ISIS
Secondo uno studio dell’International Center of Counter Terrorism dell’Aja sarebbero 550 le giovani occidentali che si sono recate in Siria per unirsi allo Stato Islamico. Per quanto riguarda lo Stato di provenienza, il censimento conferma la tendenza emersa per gli uomini: il Paese che fornisce il maggior numero di foreign fighter al femminile è la Francia (60 - 70) accompagnata dalla Germania (70, 25 delle quali sotto i 25 anni e 9 addirittura sotto i 18 anni). Seguono le 60 donne inglesi (20 tra i 15 e i 16 anni), le 20 olandesi e le 14 donne austriache.
Il fenomeno non è estraneo neanche all’Italia. Parlando del nostro Paese, occorre menzionare Bushra Haik, trentenne di origine siriana nata a Bologna e accusata dalla magistratura di aver avuto un ruolo fondamentale nel reclutamento di molti jihadisti. Tra questi compare Maria Giulia Sergio, convertitasi all’Islam dopo avere incontrato il suo primo marito, un cittadino marocchino da cui poi ha divorziato. E’ considerata la prima foreign fighter italiana.
La radicalizzazione della giovane donna sarebbe avvenuta nel 2014, anno in cui si è risposata con Aldo Kobuzi, albanese di religione musulmana. Poco dopo il matrimonio, da Inzago, Maria Giulia oggi divenuta Fatima, si è recata prima in Toscana e poi a Roma. Dalla Capitale avrebbe preso un aereo per Istanbul e poi un volo interno fino a Gaziantep, città al confine della Turchia dalla quale sarebbe entrata in Siria, dove combatterebbe al fianco del Califfato dopo aver ricevuto un addestramento alle armi. Secondo la procura di Milano, che l’ha accusata di terrorismo, sarebbe pronta al martirio. Nei giorni scorsi è stato chiesto il rinvio a giudizio dell'intera famiglia Sergio che sarebbe stata pronta a seguire la figlia in Medio Oriente.
Il ruolo delle donne nella Jihad
Nonostante le jihadiste europee vengano addestrate all’uso delle armi, contrariamente a quanto si pensa, esse non assumono quasi mai un ruolo diretto nei combattimenti. Lo stesso addestramento avviene più che altro per autodifesa. Nonostante ciò, nel raro caso in cui venissero chiamate alle armi, sarebbero soggette all’obbligo di non esistare.
Il loro compito principale è quello di essere mogli e madri dei mujaheddin presenti e futuri. Devono essere infermiere, perché i combattenti potrebbero aver bisogno di cure; devono saper cucire per riparare le uniformi dei loro mariti danneggiate durante la lotta; devono essere abili cuoche per fornire ai jihadisti l’energia necessaria in battaglia. Devono educare i loro figli secondo le leggi del Corano, insegnando loro a non temere nessuno oltre Allah e a odiare i kafir, gli infedeli.
Altro ruolo fondamentale è quello di fornire un supporto fondamentale alla propaganda jihadista, convincendo quante più persone possibili ad unirsi all’ISIS. Come spiega l’ICCT: “a livello esplificativo, la scozzese Aqsa Mahmood svolge un ruolo fondamentale nel reclutamento online di giovani donne che progettano di partire per la Siria. Varie fonti confermano il fatto che le donne hanno una funzione importantissima nel combinare matrimoni, reperire finanziamenti per i combattenti e i voli, diffondere l’ideologia dell’Islam militante, supportare la lotta tramite internet e portare conforto alle famiglie dei mujaheddin”.
La loro propaganda, spesso può acquisire gli stessi toni violenti utilizzati dagli uomini. Una studentessa inglese di 21 anni, nota come Muhahidah Bint Usama, è diventata celebre per aver postato sui social network una sua foto mentre stringe tra le mani la testa di un uomo appena decapitato.
Perché le donne europee si uniscono all’ISIS
Ma perché una donna europea, cresciuta secondo i valori occidentali, rinuncia alla propria libertà e alla propria emancipazione per unirsi al Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi?
Secondo lo studio “Till Martyrdom do Us Part” effettuato dall’Institute for Strategic Dialogue le motivazioni sarebbero molto simili a quelle dei foreign fighters al maschile:
- un sentimento di isolamento sociale e culturale che si coniuga con una perdita di identità e con un sentimento di estraneità alla cultura occidentale;
- un pensiero che le porta a vedere la comunità islamica internazionale come oggetto di una violenta persecuzione culturale e religiosa;
- rabbia, tristezza e frustrazione nel percepire la mancanza di un’azione internazionale per combattere la suddetta persecuzione.
La maggior parte di queste donne, alcune delle quali giovanissime (tra i 15 e i 16 anni) proviene da famiglie musulmane moderate oppure si è convertita all’Islam cercando disperatamente un’identità personale che risponda a delle esigenze che il Paese di provenienza non è riuscito a nutrire e a rispettare. In alcuni casi si tratta di giovani che hanno vissuto situazioni di disagio economico o esistenziale.
Spesso, nel mondo occidentale, le donne musulmane sperimentano direttamente il pregiudizio e la segregazione sociale, essendo oggetto di insulti a causa del loro Niqab o del loro Hijab. L’abbigliamento le rende più vulnerabili rispetto agli uomini all’opinione altrui, facendo nascere in loro un sentimento di rifiuto nei confronti di un Paese dal quale non si sentono accettate.
Un esempio su tutte può essere rappresentato da Nora el-Bathy, quindicenne di Avignone che inizia ad indossare lo hijab mentre si trova ancora in Francia. A causa dei soprusi ricevuti, si convince a prendere un aereo per volare in Siria. Pochi mesi dopo dirà ai suoi familiari di aver compiuto il più grosso errore della sua vita.
Ma ai sentimenti che le foreign fighter al femminile hanno in comune con i combattenti stranieri uomini, se ne aggiunge un altro che invece è appannaggio delle donne: una visione romantica della Jihad. Il loro futuro sarà al fianco di un combattente puro e coraggioso che lotta per difendere Allah e lo Stato Islamico dai miscredenti. Allo stesso modo lei diventerà una donna forte, virtuosa, che difenderà i valori dell’Islam con modestia e perseveranza, essendo sempre disposta al martirio in nome dell’Islam.
Soprattutto le più giovani, vengono adescate attraverso internet e convinte a raggiungere in Siria il mujaheddin di cui si sono innamorate per coronare una favola che spesso si rivela essere un incubo.
Le donne Kamikaze e poliziotte
Se come detto in precedenza, la stragrande maggioranza delle foreign fighters europee non si reca in Siria per combattere con l’ISIS ma per diventare la moglie e la madre di un jihadista, nonché per svolgere un ruolo di propaganda, tra le donne mediorientali ci sono anche degli esempi diversi. Secondo alcune fonti, la prima donna Kamikaze fu Sana Khyadali, una sedicenne che nel 1985, durante la guerra civile in Libano, si fece esplodere contro un convoglio israeliano. Nel corso degli ultimi 30 anni, sarebbero 219 le donne che si sono fatte saltare in aria in Siria, in Palestina e in Iraq. Enorme sgomento suscitò nel mondo occidentale l’immagine delle donne che, circondate da una cintura esplosiva, si fecero esplodere nel Teatro Dubrovka di Mosca nel 2002.
Da non sottovalutare però il fatto che mentre le prime donne kamikaze hanno agito nell’ambito di gruppi politici nazionalistici e laici, le combattenti dell’ISIS sono animate dal loro estremismo religioso.
L’utilizzo delle donne al di fuori dei tradizionali confini di genere è infatti una novità recente e motivata da un intento prettamente strategico. Le donne infatti superano più facilmente i controlli e attirano meno sospetti. Inoltre possono facilmente nascondere sotto il burqa o il niqab una cintura esplosiva. Altro motivo “strategico” alla base del fenomeno risiede nel fatto che gli attentati compiuti da donne ricevano una maggiore copertura mediatica. In altre parole se una donna si fa saltare in aria, la sua scelta scandalizza di più l’opinione pubblica. La loro presenza in territorio di guerra inoltre, serve a motivare gli uomini, a “dare di più”.
Da evidenziare inoltre che questa tendenza non è appannaggio solo dell’ISIS ma anche e soprattutto di Boko Haram in Nigeria, dove gli estremisti hanno raggiunto livelli di orrore inauditi inviando bambine drogate e imbottite di esplosivo a morire nei mercati delle città.
A favorire il ruolo attivo di alcune donne nel Daesh è stata senza dubbio la proclamazione del Califfato nel 2014 che ha dato “ufficialmente” all’organizzazione una struttura statalista. In quanto Stato appunto, l'ISIS ha bisogno di militari e polizia per far rispettare la Sharia. La rigida separazione tra universo maschile e femminile dettata dal radicalismo islamico ha dunque fatto nascere la necessità di creare due brigate armate femminili: al - Khansa a Raqqa (Siria), Umm al-Rayan nella provincia di al-Anbar (Iraq). Il compito di queste poliziotte è quello di vigilare sulla condotta della popolazione femminile e sul rispetto delle regole relative all’abbigliamento e alle leggi della Sharia. Chi viola le norme viene punita con frustate sulla pubblica piazza o con l’esposizione alla gogna.
Per quanto riguarda le foreign fighters europee, come detto in precedenza, esse non risultano avere un ruolo attivo (cioè militare) nella lotta. La smentita della polizia francese su Hasna Aitboulahcen è solo l’ennesima conferma. Tuttavia esiste un precedente: Muriel Degauque, autrice di un attacco suicida a sud di Baghdad (Iraq) contro un convoglio militare americano il 9 novembre 2005 nell’ambito del quale fu l’unica a perdere la vita, mentre i soldati americani furono “solo” feriti dall’esplosione.
Ad oggi le foreign fighter europee rappresentano il 10% dei combattenti stranieri partiti dal vecchio continente per andare in Siria (550 su poco più di 5.000). Un trend che secondo gli esperti destinato a crescere parallelamente all’acuirsi del conflitto con lo Stato Islamico. Se arrivando a Raqqa o ad Aleppo queste donne si pentano della loro scelta non si sa. Ciò che invece emerge è che, nel caso in cui volessero tornare in Europa, rischierebbero come e ancor più degli uomini. Una volta che si diventa una jihadista non si può più tornare indietro...
(International Business Times)











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