The drone papers: nuove rivelazioni scomode sulle guerre USA....
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I droni sembrano essere l’arma privilegiata nella politica di guerra di Obama, tanto da averne caratterizzato la presidenza. Questi velivoli a pilotaggio remoto sono usati dall’esercito americano e dalla CIA per ‘cacciare e assassinare’ obiettivi umani. Oggi puntano ai militanti dello Stato Islamico in Siria, dove già la popolazione è vittima di errori collaterali commessi da più parti.
Si tratta di operazioni extragiudiziali, vere e proprie esecuzioni dal momento che si esclude qualunque ricorso processuale per i presunti sospetti.
Il primo lancio di droni risale a oltre 12 anni fa e nel maggio 2013 dalla Casa Bianca sono state stilate una serie di raccomandazioni sul loro utilizzo. “Gli Stati Uniti useranno droni al fine per prevenire attacchi letali in aree di ostilità qualora l’obiettivo dovesse rappresentare una minaccia verso cittadini statunitensi”.
Se un’affermazione del genere può avere logica in Paesi come l’Afghanistan, non si capisce l’alto numero di droni usati nello Yemen e in Somalia, dove è presente un bassissimo numero di americani, e dove si registra un elevato numero di civili colpiti in simili assassinii. Nell’appoggiarne l’azione, il Congresso USA è talmente determinato da non aver ritenuto utile e giusto fornire un’interpretazione del termine ‘potenziali assassini’. Sono gli agenti dell’intelligence ad aver creato dei profili che, come si leggerà più avanti, saranno raffigurati su carte da baseball. Della sua convinzione dell’utilizzo dei droni oltre Oceano Obama non ne ha mai fatto un mistero e anzi ne ha parlato pubblicamente. Lo ha fatto per raccogliere consenso sulla loro adozione in guerra contro ‘minacce imminenti’. Il Presidente americano gli ha sponsorizzati ponendo enfasi sulla loro efficacia...nell’assassinare esseri umani. Quella stessa efficacia viene smentita dai documenti.
Intercept è entrato in possesso di diapositive riservate dalle quali si vede e si comprende meglio l’uso fatto dai droni da parte dell’esercito americano, ed esplode 'The drone papers'. Giunta la notizia della rivelazione di informazioni, Pentagono, Casa Bianca e Comando delle Operazioni Speciali si sono rifiutati di rilasciare commenti al riguardo.
Il materiale raccoglie dati (dal 2011 al 2013) forniti da personale dell’intelligence rimasto nell’anonimato. Il governo USA infatti, è altrettanto attivo nel perseguire gli informatori.
‘La fonte’, come sarà chiamato l’informatore in questione ha riferito dell’esistenza di una lista di persone da assassinare come ‘decretato’ delle più alte cariche del governo americano. Sono delle watchlist, liste umane da monitorare. Ai nomi dei condannati a morte (senza un processo) sono assegnati numeri e carte da baseball (equivalenti alle italiane figurine dei calciatori) . Le informazioni vengono poi raccolte in singole cartelle e da lì a 60 giorni l’operazione deve essere portata a termine.
La dottrina ‘find, fix and finish’, - intercetta, centra e termina - ha caratterizzato l’approccio statunitense nelle guerre oltre oceano dopo l’11 Settembre. Una volta ucciso, l’ex obiettivo viene denominato dai militari ‘EKIA - enemy killed in action’. Il nemico è stato fatto fuori nell’operazione drone. Non importa che un civile sia stato colpito per errore, perchè sarà sempre chiamato EKIA.
Esecutori di questi assassinii mirati sono il personale della CIA e del Comando Operativo Congiunto (JSOC). Molte sono le diapositive che mostrano le operazioni extragiudiziali condotte in Somalia e Yemen tra il 2011 e il 2013, dall’unità segreta Task Force 48-4.
In Afghanistan - nonostante la campagna di Obama volta a minimizzare i dati sulle uccisione di civili - i droni hanno mirato talebani e uomini di Al-Qa’eda ma non hanno risparmiato i gruppi armati del posto.
Dubbi sull'affidabilità del sistema da remoto. Tecnicamente gli esecutori americani spuntano un nome dalla watchlist e ad esso abbinano un codice per poi allacciarsi alla cellula telefonica e localizzarlo. Il centro del Pentagono ‘Intelligence, Surveillance, Reconnaissance, ISR’ ha pubblicato uno studio sui limiti di questo sistema e ha suggerito di coinvolgere aerei da ricognizione e Marina militare per assicurarsi della riuscita dell’operazione drone. Si propone la creazione di campi di aviazione dove condurre i propri obiettivi e sottoporli a interrogatorio piuttosto che eliminarli fisicamente. Ciò che non fu fatto con Bilal el-Berjawi. Il cittadino britannico era nella lista americana, fu dapprima spogliato della cittadinanza, fu pedinato a lungo dalle intelligence britannica e USA mentre viaggiava tra la Gran Bretagna e l’Africa Orientale. Non fu mai catturato e gli americani optarono (prima opzione) per il suo assassinio in Somalia nel 2012.
Dalle opinioni di ISR e dai documenti esaminati da Intercept emerge un’inaffidabilità dei metodi di raccolta delle informazioni dalle quali scatta l’operazione drone. Anche per ‘la fonte’ non sono metodi infallibili e i SIGINT o sistemi d’intelligence utilizzati sono quelli dei metadati su cellulari e computer dai quali partono le intercettazioni. Questi dati di frequente vengono forniti dalle intelligence straniere.
"I promotori di questa guerra dei droni non sembrano curarsi degli enormi errori delle operazioni. E’ opinione diffusa tra di essi che le vittime in fondo non siano titolari di diritti, nè dignità. Non sono umani tanto da de-umanizzarli ritratti su una carta da baseball", racconta 'la fonte'.
L’alto numero di civili assassinati col sistema da remoto è ancor più indicativo del fiasco dei droni, seppur il loro fallimento sia calcolato e tollerato dal governo USA e da CIA.
Nel Corno d’Africa solo il 25% dei sospettati è stato catturato. Qui è stato fatto un ampio ricorso alle esecuzioni extragiudiziali. Nel nord-est dell'Afghanistan, con l’Operazione Haymake (2012-2013) i droni hanno assassinato oltre 200 persone, e solo 35 delle vittime erano obiettivi. In media si stima che il 90% delle vittime dei droni siano civili. Nello Yemen e in Somalia, dove gli Stati Uniti non hanno una presenza d’intelligence tale da poter confermare l’identità dell’obiettivo prima dell’operazione, i dati sui civili uccisi rischiano di essere superiori.
“Chiunque si trovi nei paraggi è un potenziale affiliato del bersaglio, un terrorista. Questa è la versione ufficiale USA. Siamo di fronte ad un gioco d’azzardo”, ha osservato ‘la fonte’.
I dati sugli obiettivi da colpire provenienti da fonti governative e da CIA non sono attendibili. Per rendere l’idea, nel 2012 erano 16 le persone da colpire nello Yemen e 4 in Somalia, secondo il Presidente Obama. Quell’anno invece, stando ai dati dell’Agenzia di Giornalismo Investigativo, nello Yemen oltre 200 persone caddero sotto i droni e in Somalia le vittime furono tra quattro e otto. In Afghanistan e in Iraq le operazioni con i droni vengono eseguite con relativa facilità perchè sono zone di guerra dichiarate e si possono sbrigare da una distanza ravvicinata, 150 km da terra. La stessa praticità non riscontra ha nello Yemen o in Somalia, non dichiarate zone di guerra. Nello Yemen ‘find, fix and finish si attiva da 450 km e in Somalia a mille km da terra...
(International Business Times)











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