Siria verso il dopo Assad poi la vera guerra a Isis...
Una federazione delle tre Sirie. La Siria alawita del regime, la Siria dei curdi, la Siria dell’insurrezione.
Primo tentativo serio di porre fine al massacro. A Vienna vertice Usa Russia e comprimari pro forma. Manca solo l’accordo su come accompagnare l’uscita di Assad. Torna in campo l’Onu cui è delegato il tentativo di favorire un cessate il fuoco verso una nuova costituzione ed elezioni
L’Onu ripescata da Mosca e Stati Uniti per superare le ultime difficoltà ufficiali Che restano aperte tra le due superpotenze prima dell’accordo che darà il via alla vera guerra all’Isis e alla caccia al Califfo. E’ il primo tentativo serio di porre fine al massacro. A Vienna si è trattato di un vertice Usa Russia con alcuni comprimari pro forma attorno, Onu e Ue tra gli altri. Manca solo l’accordo su come accompagnare all’uscita il presidente Assad. Torna in campo l’Onu cui è delegato il tentativo di favorire un cessate il fuoco verso una nuova costituzione ed elezioni.
Nel testo di nove punti si sottolinea che restano ‘fondamentali l’unità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e il carattere secolare della Siria’ e che ‘le istituzioni statali devono rimanere intatte’. Vale a dire che ci su avvia verso una federalizzazione del paese. Escludendo le zone desertiche controllate dai jihadisti dello Stato islamico, al momento esistono tre Sirie. A Damasco e nel nordovest c’è la Siria del regime, a nord c’è la Siria dei curdi mentre in tutto il resto del paese c’è la Siria dell’insurrezione, a sua volta divisa. Qualsiasi compromesso deve tenere conto di questa realtà e offrire un posto dove vivere alle diverse comunità di questo paese lacerato.
Se si arriverà a un accordo, la Siria diventerà di fatto un altro stato fittizio, come lo sono l’Iraq o il Libano. Stati formali dove le parti che lo compongono hanno più importanza del tutto. Sulla Siria, ufficialmente non citata, pesa la questione turca. O curda, se volete. I due Kurdistan indipendenti che di fatto esistono già. Quello iracheno, formalmente regione autonoma dipendente da Baghdad, e il kurdistan siriano conquistato sul campo dai combattenti peshmerga da Kobane in poi. Due stati al confine con la Turchia di Erdogan che teme l’indipendentismo dei curdi in casa possa risvegliarsi.
INTERESSI CONTRASTANTI DELLE PARTI IN CAMPO
Stati Uniti
Washington si oppone al regime siriano ma finora ha preso solo limitate iniziative per favorirne la caduta. Recentemente l’amministrazione Usa s’è detta disponibile a prendere in considerazione il coinvolgimento di Assad nel futuro processo di transizione politica. Gli Stati Uniti intanto restano alla guida della coalizione che in Siria bombarda obiettivi dello Stato islamico e, più raramente, del Fronte al Nusra legato ad Al Qaeda, oltre a sostenere le forze curde che combattono i jihadisti nel nord. Coalizione con Bahrein, Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e, da fine agosto, anche Turchia.
Turchia
Ankara appoggia i ribelli moderati e jihadisti, compreso il Fronte al Nusra che Washington considera un gruppo terrorista. Per molto tempo la Turchia, che è un membro della Nato, è stata accusata di permettere il passaggio di jihadisti attraverso il suo confine con la Siria, ai danni dei combattenti curdi. Poi ha aperto le sue basi alla coalizione internazionale che bombarda lo Stato islamico e ha cominciato a partecipare ai raid aerei soprattutto per portare avanti la sua guerra contro le basi dei guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) nel nord della Siria.
Iran
Dall’inizio della guerra, nel 2011, manda soldi, armi e consiglieri militari al governo siriano. Nella primavera di quest’anno ha combattuto il gruppo Stato islamico in Iraq a fianco dell’esercito iracheno, pur senza un reale coordinamento con la coalizione guidata dagli Stati Uniti. In Siria ha agito soprattutto attraverso le milizie di Hezbollah. Le autorità di Teheran hanno sostenuto la necessità di una soluzione politica della crisi, ma a differenza della Russia non hanno mai accettato l’ipotesi di una transizione che escluda Assad, tesi sostenuta dalla conferenza di Ginevra del 2012.
Arabia Saudita
Insiste che qualsiasi soluzione politica alla crisi debba passare per la fine dell’attuale regime con la deposizione di Assad. Per questo sostiene numerosi gruppi dell’opposizione armata, sia jihadisti sia moderati. Dai suoi finanziamenti avrebbe preso corpo la stessa Isis. Partecipa alla coalizione internazionale contro il gruppo Stato islamico e si dice che abbia fornito missili anticarro ai ribelli che combattono nel nord, soprattutto a Idlib. Riyadh ha chiesto più volte l’imposizione di una no fly zone in Siria per proteggere la popolazione civile dai bombardamenti delle forze governative...
(Ennio Remondino RemoContro)











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