Siria, la storia delle 'donne coraggio' contro l'Isis...



Violentate. Sfruttate. Estromesse dalla società. Eppure combattono il Califfato. Sono le ragazze in guerra. Sotto le bombe di Aleppo. O in battaglia a Kobane.



di Mauro Pompili

In quattro anni di una guerra che ha provocato più di 220 mila morti e nove milioni di rifugiati e sfollati, il prezzo più alto in Siria lo pagano le donne. Ancora una volta.
A volte obbligate ad assumersi la responsabilità di famiglie lacerate dal conflitto, spesso vittime di abusi e sfruttamenti.
Nell’inferno della guerra le donne vivono una doppia tragedia: minacciate da scontri armati, bombardamenti, e allo stesso tempo spogliate della loro autonomia e del loro ruolo sociale e professionale.
VIA DALLA VITA PUBBLICA. In molte aree del Paese hanno perso la speranza e la possibilità di esercitare le proprie capacità nella vita pubblica, per colpa di un estremismo prima sconosciuto.
Oggi le milizie esercitano un controllo molto stretto sui loro comportamenti, e chi prima lavorava e si muoveva liberamente si chiude in casa per paura di ritorsioni.
IN SOCCORSO A CHI SOFFRE. Le donne siriane fuori e dentro il Paese lottano per la loro sopravvivenza e quella della loro famiglia, ma tante non si accontentano e reagiscono, cercando di riappropriarsi del loro posto nella società.
La Siria di questi anni bui è illuminata dalle mille storie di donne che si impegnano nel soccorso e nel sostegno a chi è più in difficoltà o che prendono le armi per difendere la libertà e il futuro di tutti.

Sotto le bombe ad Aleppo e Idlib lavorano 60 donne

Tra i “Caschi Bianchi” della protezione civile di Aleppo e Idlib, due città teatro degli scontri più duri del conflitto, ci sono 60 donne che lavorano per soccorrere le vittime degli attentati e dei bombardamenti.
NUDE E IN TRAPPOLA. «Siamo l’unica speranza», dice Diala Merie, una di loro, «per le donne e le ragazze intrappolate sotto le macerie. La forza delle esplosioni spesso strappa i vestiti di dosso. In questo caso, le comunità più conservatrici vogliono essere aiutate da altre donne e possiamo intervenire solo noi».
Studentesse, insegnanti o mamme che rischiano la vita a ogni intervento per un crollo improvviso o per il riaccendersi degli scontri. Si sono messe volontariamente al servizio della comunità.
«CAMBIAMO MENTALITÀ». Un lavoro rivoluzionario secondo Diala. «Non stiamo solo salvando vite umane, stiamo anche affermando il nostro ruolo di donne e cambiando la mentalità. Questo, una volta, era pensato come un compito esclusivo degli uomini. Siamo deluse, abbiamo cominciato a vedere la realtà degli uomini e l’ipocrisia della nostra società. Sui campi di battaglia sono gli uomini che prendono le decisioni, ma sono le donne che devono vivere con le conseguenze di quelle scelte».

Nella battaglia di Kobane e di Tikrit partecipano ex studentesse

Al telefono da Erbil, in Iraq, Chanour racconta la sua storia.
«Ho 23 anni, sono curda siriana e studiavo ingegneria all’Università di Aleppo. Gli orrori che ho visto compiere dagli integralisti nei due anni di guerra passati in città mi hanno convinta che non potevo restare inerte. Ad Aleppo avevo partecipato ad alcuni scontri. Quando l’Isis ha iniziato la sua campagna nel Kurdistan ho deciso di raggiungere i fratelli curdi in armi».
Chanour si unisce all’Ypj (Forza di protezione femminile) dell’Ypg (Forza di protezione del popolo curdo).
Partecipa alle battaglie della regione di Mosul e alla liberazione di Kobane.
«MAI NELLE MANI DELL'ISIS». «Ho solo una paura, quella di cadere viva nelle mani dei jihadisti. A Kobane molte di noi hanno preferito la morte. Arin Mirkan, il mio capitano, è l’esempio da imitare per tutte le donne curde che combattono. Aveva 24 anni ed era madre di due bambini. Rimasta isolata in un sobborgo della città e a corto di munizioni, piuttosto che farsi catturare viva si è fatta esplodere vicino a una postazione dell’Isis, uccidendo una decina di jihadisti e distruggendo un mezzo blindato». Ora Chanour sta combattendo per la liberazione di Tikrit.

L'associazione Zahret al-Mada’en contro la fame e il freddo a Damasco

Alla periferia di Damasco sconvolta da quattro anni di bombardamenti e di assedio a non arrendersi ci sono anche le donne dell’associazione Zahret al-Mada’en.
Il loro centro sociale, a Hajar Al-Aswad, era il solo punto di riferimento per le donne e i bambini in difficoltà di tutta l’area.
Poi il quartiere, confinante con il campo palestinese di Yarmouk, è diventato il fronte più caldo della battaglia per Damasco.
ALIMENTI E KIT PER L'INVERNO. La guerra, però, non ha fermato le donne di Zam, che hanno trasferito il centro in una zona più tranquilla della città.
L’attività principale oggi è la distribuzione di alimenti e kit per l’inverno.
«Quello che mi stupisce delle nostre donne», dice Ragda, direttrice dell’associazione, «è la voglia di andare avanti. Le volontarie attraversano la città per raggiungere la nuova sede, magari scortate da un familiare, le mamme impiegano anche tre ore pur di portare il figlio disabile al corso di sostegno».
Donne che non hanno voluto limitarsi a distribuire alimenti  e che tra mille difficoltà hanno fatto ripartire altre attività.
UNO SVAGO PER I BAMBINI. «Sembra quasi impossibile che in uno spazio così piccolo si riesca a realizzare momenti di svago per i più piccoli e tenere i corsi di recupero scolastico».
Far giocare, far studiare, distribuire un pacco di lenticchie. Piccole cose, ma «il sorriso di un bambino che scopre nel pacco l’halaweh (salsa di sesamo molto dolce), o di una madre che vede il figlio studiare serenamente valgono tutta la fatica e la paura che ogni giorno affrontiamo».
«ABBIAMO CORAGGIO». Sabah Hameye, giornalista siriana, spiega che «le donne devono difendere se stesse e i loro figli e trovare il pane, siano vedove o separate dai loro mariti».
Poi aggiunge: «Non è facile vivere in Siria come una donna. Stiamo affrontando molte cose difficili, e lo stiamo facendo con coraggio. Abbiamo il potenziale per essere i principali attori politici, ma siamo occupate a prenderci cura di tante cose, così non possiamo impegnarci in politica nella stessa misura deglii uomini. I risultati sono sotto gli occhi di tutti»...
(Lettera 43)

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