L’incubo Shabaab non finisce...



La formazione somala, sconfitta in patria continua a cercare vendetta sul Kenya.




Gli al Shabaab (o Shebab), «i giovani» islamisti somali, sono da un decennio sulla breccia e nonostante le sconfitte subite continuano a essere un gruppo pericoloso e sanguinario.
Un soldato del Kenya all’università di Garissa  (Photo credit CARL DE SOUZA/AFP/Getty Images)
GIOVANI CONTRO VECCHI SOMALI - Gli al Shabaab spuntano in Somalia al seguito dell’invasione etiope del paese nel 2006 da parte delle truppe etiopi, sollecitate da Washington in tal senso per spazzare via il governo delle Corti Islamiche, il primo che si fosse formato nel paese dal 1991 dopo anni d’infruttuosi tentativi da parte della comunità internazionale, su tutti gli Stati Uniti,d’imporre questo o quel signore della guerra al comando del paese.
QAEDISMO IN SALSA SOMALA - Se le Corti Islamiche non hanno rappresentato un problema per l’esercito etiope, non così è stato per il gruppo degli al Shabaab, decisamente più radicale, ispirato ai qaedismo e alimentato dalla delusione per la moderazione delle Corti Islamiche e la loro mollezza di fronte all’invasore. Caratteristica degli Shabaab è la fedeltà alla visione wahabita dell’Islam e l’essere, forse unici in Somalia, un gruppo che trova il suo collante nell’ideologia religiosa e non in questa o quella affiliazione tribale e territoriale, tanto che tra i primi obiettivi del gruppo ci sono stati proprio gli esponenti tribali di spicco.
LA GUERRA CON IL KENYA - Risparmiati dagli etiopi e lasciati liberi di crearsi un’enclave quasi sicura nel Sud del paese, gli Shabaab non hanno però saputo resistere allo sforzo multinazionale che è seguito alla ritirata degli etiopi, sforzo al quale ha partecipato il Kenya, in particolare ripulendo proprio il Sud e cacciando gli Shabaab dalla loro capitale Kisimayo a colpi di cannone della marina. Incapaci di reggere l’urto con un esercito moderno e ben equipaggiato, gli Shabaab si sono sbandati e dati alla macchia, trovando uno dei loro motivi d’esistenza nella vendetta contro il Kenya.
L’INTERVENTO DEL KENYA - Il Kenya ha collaborato con l’operazione, ancora una volta coordinata da Washington, avendo solidi motivi. Il paese è stato inondato da centinaia di migliaia di profughi provenienti dalla Somalia e ospitati in enormi campi nei pressi del confine e insieme ai profughi sono arrivati anche gli Shabaab e i traffici tipici alla frontiera di un paese fallito e in guerra da oltre vent’anni.
LA VENDETTA CONTRO IL KENYA - Negli ultimi due anni gli Shabaab si sono così dedicati più agli attacchi in Kenya che a quelli in Somalia, dove per ora hanno provato ad attaccare luoghi «istituzionali» della capitale, ma dove non si sono dati a massacri indiscriminati. In Kenya invece sono numerosi gli episodi nei quali piccoli commando di Shabaab sono entrati in azione facendo decine di vittime alla volta. Prima dell’assalto al campus di Garissa c’erano state diverse azioni particolarmente sanguinose, anche se non hanno ricevuto l’eco ottenuta con l’assalto al centro commerciale Westgate, attacco che ovviamente ha avuto molta più visibilità mediatica degli attacchi notturni ai piccoli abitanti nei pressi del confine somalo.
UCCIDERE IL PIÙ POSSIBILE - Attacchi suicidi, portati per spaventare e uccidere quante più persone possibile e cercando di non colpire i musulmani, che in Kenya sono pochi e già per niente contenti degli attacchi dei somali, che rischiano di attirare su di loro l’ira dei concittadini, già più di una volta sfociata in improvvisati pogrom o a raid contro i negozi gestiti da musulmani in Lenya. E così è stato anche con l’attacco a Garissa, che ha fatto strage di studenti cristiani, ma che ha segnato anche la morte di 20 militari uccisi, si dice, da un cecchino Shabaab, di diversi musulmani e di fedeli di altri culti.
IL KENYA FUORI DALLA SOMALIA - Azioni sanguinarie che prendono di mira preferibilmente gli «infedeli»,ma che sono soprattutto mirate al governo del Kenya, al quale giustamente i somali imputano buona parte delle loro sfortune e che minacciano di continuare a colpire si i suoi soldati non si ritireranno dalla Somalia. Gli Shabaab restano però un gruppo con pochi contatti con l’internazionale qaedista, alla quale pure hanno dichiarato d’ispirarsi, la Somalia resta un teatro ostile e poco gradito agli stranieri e gli Shabaab non possono contare su risorse economiche tali da permettere loro di comprare armamenti o attrarre benevolenze interessate e in Somalia non godono di un consenso misurabile, dove hanno governato non li ricordano con rimpianto e dove sono arrivati a «liberare» i somali hanno portato più lutti e regole draconiane che benessere.
NON HANNO NIENTE DA PERDERE - Ora che il movimento ha perso buona parte della forza, i militanti armati e attivi sono calati da decine di migliaia a poche centinaia, resta però un pericoloso gruppo armato dedito alla vendetta e con poco da perdere, anche perché gli Shabaab non hanno alcuna speranza di essere integrati nel processo politico in patria, mentre nei paesi africani vicini ricevono ovunque solo le attenzioni di polizie e forze di sicurezza. Ed è proprio ora che non hanno più niente da perdere, che paradossalmente sono diventati più pericolosi per il Kenya che per la Somalia...
(Giornalettismo)

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