Siria, l’allarme dell’Onu per i rifugiati “In Libano 400mila bambini a rischio”....





Superata quota un milione di rifugiati, circa la metà sono minori
La Rappresentante dell’Unicef nel Paese: “Gli istituti pubblici ne possono accogliere solo 100mila. Mandiamo scuole mobili nei campi fra le tende
ma dilaga il lavoro minorile. È come se in Italia fossero arrivati 15 milioni
di immigrati. Fra pochi mesi rischia di scoppiare la guerra per l’acqua”

L’ultimo rapporto del Commissariato Onu per i Rifugiati lancia l’allarme Libano: un milione di profughi dalla Siria in guerra rischiano di provocare il collasso del Paese. E, dramma nel dramma, quello dei bambini: almeno 400mila in condizioni estremamente precarie, con solo 100mila che riesce ad andare a scuola. Un’emergenza «che peggiora di mese in mese», racconta da Beirut Annamaria Laurini, Representative dell’Unicef in Libano, da quattro anni in prima linea nella nazione più colpita dalla tragedia dei profughi siriani. 

Quanto può ancora reggere un Paese comunque con risorse limitate come il Libano?  
«Dobbiamo fare un paragone per capire la dimensione della crisi: è come se in Italia fossero arrivate 15 milioni di persone! Il Libano è un Paese di 10mila chilometri quadrati, con 4 milioni di abitanti. Il numero di bambini rifugiati è più vicino ai 600mila che ai 400mila ufficiali. Quelli in età scolare sono pari a quelli in età scolare locali. La richiesta di servizi scolastici è semplicemente raddoppiata, in un Paese dove per di più l’istruzione è quasi completamente privata». 

Che cosa si può fare?  
«Siamo riusciti a trovar posto a 100mila nelle scuole pubbliche, che rappresentano meno di una quarto dell’offerta scolastica. In parte nel turno del mattino, in parte in nuovi turni al pomeriggio. Uno sforzo enorme per un’istruzione pubblica poverissima: qui, chi ha due soldi, manda i figli nel privato, a prezzo di sacrifici altissimi. Nel pubblico parliamo di scuole senza bagni, senza banchi, lavagne. Forniamo kit, forniamo carburante per il riscaldamento, assistenza agli insegnanti. Ma è una lotta impari» 

E gli altri bambini?  
«In Libano l’emergenza è soprattutto urbana. Chi può si rifugia in città, paga affitti assurdi per sistemarsi in sottoscala, scantinati. Sono i più fortunati. Gli altri stanno formando specie di favelas nelle periferie. Campi non attrezzati di tende di fortuna. Per quelli abbiamo predisposto scuole mobili, con insegnanti che vanno sul posto. È fondamentale, perché i bambini nei campi sono quelli più a rischio di sfruttamento lavorativo e sessuale. Finché vanno in qualche modo a scuola riusciamo a controllarli e proteggerli. E possiamo avviare controlli psico-sociale per individuare i soggetti più traumatizzati». 

Hanno sofferto molto?  
«Un trauma ce l’hanno praticamente tutti. Strappati dal loro Paese, sotto le bombe... Vengono da Homs, Aleppo, Yabroud. Molte scuole in Siria sono state trasformate in centri di tortura. Molti sono stati abusati, al pari delle donne. Molti usati come scudi umani, da una parte e dall’altra. Dobbiamo impedire che subiscano altre violenze». 

Quant’è diffuso i lavoro minorile?  
«Un’enormità. Lavorano quasi tutti, nei campi, nei ristoranti. Ma andando nei campi riusciamo almeno a contrattare. Meno ore di lavoro, la mattina, o al pomeriggio, a lezione. Di più non si può. Il problema è anche che il Libano non autorizza i campi dell’Unhcr, per ragioni storiche: hanno già 300mila rifugiati palestinesi, da 40 anni, con tutto quello che ne è conseguito”. 

Ci sono tensioni, siamo al punto di rottura?  
«Ci sono tensioni nel mondo del lavoro: gli immigrati, e in special modo i bambini, sono una forza lavoro a basso costo per i posti non specializzati. Si abbassano i salari. E poi c’è competizione per i servizi scolastici e sanitari. Ma il Paese è stato comunque generoso: i rifugiati sono sia alawiti che sunniti ma finora la frattura etnica non è esplosa». 

Ci sono emergenze sanitarie?  
«La polio fa paura. Poi le malattie infettive perché i bambini sono debilitati dalla fame, hanno subito assedi terribili. Le madri spesso hanno partorito prematuramente. E poi c’è un problema enorme che incombe. L’acqua». 

Cioè?  
«In inverno è piovuto pochissimo, la metà del necessario. Rischiamo una guerra dell’acqua quest’estate, soprattutto nelle campagne». 

(La Stampa Esteri)

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