Scuola negata. Malawi, botte ai bimbi che scendono in piazza per i maestri malpagati...




Gli insegnanti scioperano per gli arretrati. E la polizia carica tutti, decine gli arresti. Nel Paese più povero al mondo piccoli di sei anni fanno l’elemosina per aiutare i loro professori



Paolo M. Alfieri

Nel Paese più povero del mondo, il Malawi, gli alunni delle elementari bloccano le strade per scioperare a sostegno dei loro insegnanti: vogliono tornare a scuola. 

Insieme ai loro fratelli più grandi, bimbi di sei anni chiedono ai passanti l’elemosina di mille kwacha (poco più di un euro) da dare alle maestre perché tornino a insegnare nelle loro poverissime aule. Uno smacco d’immagine per un governo che non ammette la drammatica situazione in cui versa il Paese. Così, la polizia viene mandata in forze: a colpi di lacrimogeni e manganellate le folle di giovani vengono disperse e molti alunni arrestati. Il tutto mentre dai media governativi viene elogiata la missione all’estero del presidente Peter Mutharika, appena tornato da Oxford, dove ha paradossalmente tenuto una lezione magistrale sull’educazione in Africa. 

Benvenuti in Malawi, Paese in cui negli ultimi due anni la sopravvivenza alimentare di 7 milioni di persone – il 40 per cento della popolazione – è stata garantita solo dagli aiuti umanitari internazionali. Dove solo il 7 per cento degli abitanti ha accesso all’energia elettrica in maniera continua, dove l’agricoltura di sussistenza, unica fonte di reddito per l’80 per cento degli abitanti, è devastata da inondazioni e siccità. E dove, a causa della corruzione, molti Paesi donatori hanno deciso di tagliare i loro interventi di cooperazione.

È in questo scenario drammatico che due settimane fa 63mila insegnanti hanno iniziato uno sciopero per chiedere aumenti dei loro (bassissimi) stipendi e il pagamento di arretrati relativi al 2016. Il terzo trimestre si concluderà a fine luglio: con le scuole chiuse anche gli esami sono a rischio. «I figli dei ricchi in Malawi frequentano scuole private dove non esistono gli scioperi – spiega ad Avvenire da Balaka, nel sud del Paese, il missionario monfortano Piergiorgio Gamba –. Sono i figli dei poveri a pagare le conseguenze di una scuola alla deriva che rimane chiusa. Così sono stati loro a scendere in strada: non avevano alternative, nessuno li avrebbe ascoltati». «Le autorità – prosegue padre Gamba – non si sono però lasciate commuovere dal loro grido di aiuto: la polizia li ha inseguiti e dispersi. Decine di ragazzi delle elementari sono stati anche arrestati, scene che non si erano viste nemmeno nei 30 lunghi anni della dittatura».



Oltre a Balaka, tra i centri travolti dalle proteste c’è Blantyre: qui i bambini della scuola elementare Kachanga hanno bloccato la strada che porta all’aeroporto di Chileka. Tre di loro sono stati arrestati, oltre ad altre sette persone. A Ntcheu altri 15 alunni arrestati lunedì scorso sono stati rilasciati su cauzione e il 28 andranno a processo. Ma si parla di molti altri casi, oltre a pestaggi da parte delle forze dell’ordine, che accusano gli studenti di vandalismi. La Transformation Alliance, un gruppo di pressione politica, ha definito «inaccettabile il continuo eccessivo uso della forza sui minori da parte della polizia».

Il governo tende a minimizzare, accusa gli studenti di essere manipolati dall’opposizione e promette che gli insegnanti riceveranno gli arretrati. «Difficile non essere dalla parte degli insegnanti sistematicamente imbrogliati da un governo sempre più assente – sottolinea ancora padre Gamba –. Non sono cifre alte, ma questo dice dello stato in cui si trova la maggioranza dei lavoratori e contadini del Malawi: non hanno soldi per sopravvivere».

«I ragazzi andrebbero premiati per aver difeso il diritto all’educazione, ma la gente è così stanca che non prova nemmeno a difenderli – conclude amaramente il religioso –. Quando nei giorni scorsi l’arcivescovo di Blantyre Thomas Msusa ha sfidato il governo, sostenendo che “un giorno la gente non avrà paura dei fucili della polizia”, non si aspettava che fossero i ragazzi ad ascoltarlo per primi. Il degrado della democrazia è evidente nei poveri che soffrono in silenzio»...

(Avvenire.it)

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