Khan Sheikhum, l'orrore di una guerra con molti padroni e padrini...




La ventata di emozione, che presto si placherà, ci riporterà alle nostre cose tanto distanti dall'intenso odore della morte.



Onofrio Dispenza

L'orrore non è inenarrabile. L'orrore è sempre da raccontare. I miei figli sono adulti e sono loro a dirmi del bene e del male del mondo. Se fossero piccoli li guiderei al racconto della nuova atroce strage del villaggio di Khan Sheikhum, vicino Idlib. Solo guidarli, perché sarebbero le immagini a raccontare, non servirebbero parole. Certo, si, dovrei spiegare dei gas, e ancor di più dovrei trovare una risposta al loro "perché?". Ma questa è un'altra storia, è la storia delle storie.
Ci pensavo nell'ascoltare, in auto, nel giorno della strage, una trasmissione del pomeriggio di Radio1, con la conduttrice che invitava affannosamente gli ascoltatori a non far vedere ai figli, ai bambini, ai ragazzi, le immagini che arrivavano dal villaggio siriano della strage. Figli senza vita tra le braccia del padre, bambini distesi in strada col passaggio veloce dalla vita alla morte. E poi, le immagini di ospedali inadeguati alla guerra e l'inizio di nuovi lutti, col il pianto che accompagna i morti. Straziante quando i morti sono bambolotti disarticolati dalla guerra. Copione già visto come fu a Mambij. Qui con una atrocità in più, i bambini gassati. Atrocità non nuova, che ricorre negli orrori. E le parole per dire qualcosa di non detto appaiono tutte impietose, quasi una violenza in più. E le tante cose scritte in queste ore per attribuire la colpa dell'accaduto a questo o a quell'altro fronte, a questa o a quell'altra componente delle forze in campo sono solo bestemmie. A Mambij come in questo villaggio del quale non conoscevamo l'esistenza, le parole non rianimano i morti e non restituiscono i figli alle madri, ai padri. Le colpe della guerra, di questa guerra orribile che sta desertificando la Siria, hanno molti padroni. Padroni e padrini. E la stessa ventata di emozione, che presto si placherà, ci riporterà alle nostre cose tanto distanti dall'intenso odore della morte. Pronti a vedere nuove immagini di orrore, magari soltanto combattuti trà l'accortezza di sconsigliarne la visione ai nostri figli e l'onestà di mostrare il mondo com'è. Ingiusto...

(Globalist)

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