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Patrigno violentatore condannato 17 anni dopo: ma la ragazza è morta suicida...




Il mostro è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere, che non sconterà mai: per evitare la prigione è ritornato in patria.


Claudia Sarritzu

Ci sono voluti 17 anni (pensate alla vostra vita 17 anni fa per comprendere meglio l'enorme spazio temporale che è trascorso) per condannare in via definitiva un cittadino peruviano per abusi sulla figlia della compagna.
Era il 2000 e la bambina, originaria del Perù, aveva raggiunto la madre a Torino. La sua era stata una infanzia difficile, aveva subito molestie da un cugino 15enne, ma in Italia è riuscita a trovare un inferno peggiore: il compagno della madre, un connazionale 50enne, la violentò per tre anni.

La bambina che nel frattempo era diventata una ragazza trovò dopo lungo tempo la forza di denunciare tutto, ma la madre non le credette e l'allontanò da casa. Finì così in una comunità e, dopo aver sofferto di disturbi alimentari, nel 2006 decise di porre fine a una vita di violenza e solitudine, abbandonata da chi l'avrebbe dovuta amare e difendere più di chiunque altro.

Nel frattempo il patrigno era sotto processo, e fu condannato a 4 anni e 4 mesi di reclusione poco dopo la morte della sua vittima.

Come sono passati 17 anni senza dare giustizia alla memoria della ragazza? Entrano in gioco tutte le complicazioni del sistema giudiziario italiano: la pena venne ridotta in gran parte causa prescrizione, e dopo un passaggio alla Corte di Cassazione si tornò in appello. Nuova condanna, e definitivo ritorno alla Suprema Corte romana, a meno di un mese dalla prescrizione definitiva.

Il mostro è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere, che non sconterà mai: per evitare la prigione è ritornato in patria.

A me resta una domanda: e quella madre che fine ha fatto? Lo so che è infantile ma mi chiedo se mai avrà un briciolo di rimorso. Il tanto che basta per riappropriarsi di un pizzico di dignità...

(Globalist)

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