Dentro Mosul, la città fantasma dove infuria la battaglia con l’Isis...






Mosul, 22 mar. (askanews) – La battaglia che infuria dentro Mosul si sente – e si vede – ben prima di entrare nelle zone delle operazioni. Arrivati all’estremità Nord della pista dell’aeroporto completamente distrutta a Sud della parte occidentale della città il boato delle esplosioni è praticamente incessante.
In mezzo a questo inferno ci sono i civili, che arrivano a piccoli gruppi: anche molti donne, bambini e anziani fuggiti dalle loro case sfidando la morte, tutti spaventati e disperati.
Nel cielo ci sono, sempre, almeno due elicotteri delle forze irachene. A turno, scaricano i loro missili sulle postazioni dei jihadisti prima di fare inversione di rotta e tornare nella loro base ad al Qayyarah, una settantina di chilometri a Sud del capoluogo dove nell’estate del 2014 venne proclamato lo Stato Islamico. Ai piloti degli elicotteri, come alle batterie di Katiusha sparate dall’aeroporto, le coordinate le danno consiglieri americani. Lo fanno dalla loro base, che si trova all’interno del quartier generale della Polizia Federale irachena a Hammam al Alil, 20 chilometri a Sud di Mosul. Ma non mancano consiglieri Usa anche in postazioni più avanzate.
Mosul oggi è una città fantasma. Percorrendo le strade nei quartieri liberati della parte che sta a Ovest del fiume Tigri, si vede solo devastazione: cumuli di macerie e odore di morte. Gli edifici risparmiati dai bombardamenti delle forze irachene sono incendiati dagli uomini del Califfato prima di ritirarsi. Secondo il governatorato di Ninive, “il 70% della parte Ovest è distrutta”: una stima molto vicina al vero, come verificato direttamente da askanews in diversi quartieri.
Gli agenti della polizia federale, che fanno da scorta durante il tragitto tra le macerie, sono impauriti. La tensione sale alle stelle quando si arriva alla stazione ferroviaria conquistata la settimana scorsa. E un allarme autobomba scatena il panico tra i soldati: molti si infilano nei portoni delle case, altri si posizionano dietro i sacchi di sabbia, pronti a sparare con i bazooka contro qualunque cosa sia in movimento, nella direzione da dove si tema spunti il kamikaze. Pochi secondi dopo, il boato ravvicinato dell’esplosione: “Era un’autobomba sbucata da una casa, è stata centrata dai nostri”, ci dice un poliziotto.
Appena 500 metri più in là, ncentro della città vecchia svetta il minareto pendente della moschea Al Nuri dalla quale nell’estate del 2014 il leader dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi proclamò il suo Califfato. Per tutti, espugnare la grande moschea, significa la sconfitta definitiva dell’Isis, almeno nella sua grande roccaforte Mosul. Ma prendere al Nouri sarà dura: la resistenza dei jihadisti è ancora fortissima. Le armi principali dell’Isis in questa battaglia sono varie: autobomba, mortai, droni dotati di bombe e soprattutto cecchini nascosti dovunque. A rendere agevole la loro difesa anche il fatto di agire in un territorio che conoscono a memoria. A differenza delle truppe di Baghdad che non ci sono mai stati prima nelle viuzze della vecchia città. “Loro sono nascosti dappertutto, nessun luogo anche se liberato è sicuro”, dice Aqil, un agente delle forze di Pronto intervento irachene originario di al Diwaniyah (sud sciita dell’Iraq) come la gran parte dei suoi commilitoni.
Parallelamente ai combattimenti c’è il dramma dei civili. Dall’inizio dell’offensiva scattata lo scorso 19 febbraio per riprendere la parte occidentale della città sono fuggite 200mila persone per un totale di 350mila da quando è iniziata la vasta offensiva il 18 ottobre. E si teme che nella città vecchia, densamente popolata e nel resto delle zone ancora controllate dall’Isis, ci siano almeno altri 150mila abitanti intrappolati.
Dagli sfollati, la diretta testimonianza del fatto che i civili sono le prime vittime di questa battaglia. Fuggono nella notte. E’ gente che ha perso tutto ed oggi si ritrova bersaglio del fuoco incrociato: da una parte gli uomini neri che li usano come scudi umani e dall’altra le forze irachene convinte che tra loro ci siano degli infiltrati Isis.
“Le porte delle nostre case sono state completamente divelte da Daesh che ha aperto anche dei buchi nei muri delle case affiancate”, dice ad askanews Wajih, un abitante riuscito a fuggire dal quartiere al Rifai a Nord della vecchia città. Lo stesso Wajih spiega che i combattenti dell’Isis “possono cosi’ spostarsi liberamente tra le case al riparo dagli aerei”. Non solo, dice un altro refugiato, “quelli di Daesh ci hanno imposto di lasciare le auto con le chiavi inserite davanti alle nostre abitazioni”. Perchè “in questo modo loro (l’Isis) possono all’istante imbottire d’esplosivo qualsiasi auto e trasformarla in un arma al momento del bisogno”.
Un abitante del quartiere al Tayran ripreso la settimana scorsa dai jihadisti racconta che le strade anche prima di diventare zone di combattimento “sono state per settimane bersaglio dei bombardamenti aerei e il fuoco di artiglieria”. Del resto, lo scorso 15 marzo, l’organizzazione di difesa dei diritti umani Human Rights Watch ha denunciato le operazioni in corso definendole “più sporche e più letali per i civili”. Il timore è che l’agonia dell’Isis a Mosul possa dare origine ad una strage di civili di dimensioni catastrofiche...

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