Bambini e violenza domestica, lo scenario in Italia...




Minori costretti ad assistere agli abusi familiari. Sono 50 mila i casi denunciati ogni anno. Bambini che rischiano di percepire la violenza come normalità. La psicologa: «Il silenzio è la ferita più grave».

“Mia madre ha appena ricevuto le botte da mio papà ed è svenuta … ci sono i miei fratelli più piccoli e mia sorella di 5 anni disabile, è terrorizzata”, scrive nella chat di Telefono azzurro Rosa 12 anni. I suo fratelli, racconta la bambina, l'hanno cercata in camera perché «la mamma è svenuta per le botte che le ha dato mio padre…succede spesso». Quel giorno a lei e ai più piccoli è andata bene, se non altro perché il padre non li ha toccati. Ma l'altro giorno lui «ha strangolato mio fratello perché ha chiesto a lui aiuto … l’ha alzato dal collo».
LE PERCENTUALI DEGLI ABUSI. Ogni giorno l'associazione raccoglie richieste come quella di Rosa. Nel 2016 la media è stata di quattro per episodi di violenza e abuso. Un totale di 1402 casi, il 35,3% sul totale delle 3977 segnalazioni. Le richieste nel 41,2% dei casi riguardano bambini dai 0 ai 10 anni; nel 32,1% preadolescenti (11-14 anni) e nel 26,8% adolescenti (15-17 anni). Il 26,4% dei casi ha riguardato, inoltre, episodi di abuso psicologico, il 26,2% abuso fisico e il 10,6% abuso sessuale.
NEL 2014, 50 MILA CASI DI VIOLENZA ASSISTITA. Secondo L'Organizzazione mondiale della sanità, l'Italia ha un indice di prevalenza di abusi e maltrattamenti pari al 9,5 per mille. Tradotto si parla di 70, 80 mila casi all'anno. Più della metà di questi, stando ai dati Istat, riguardano minori minacciati dal partner della madre. Solo nel 2014, Save the children ha stimato 50 mila casi di violenza assistita, cioè violenza fisica e psicologica alla quale direttamente o indirettamente assistono i figli delle donne vittime di abusi tra le mura di casa. In Italia, sottolinea l'associazone, siamo di fronte a un aumento preoccupante del numero di violenze domestiche a cui i figli sono esposti: dal 60,3% del 2006, la percentuale è salita al 65,2% nel 2014.

LA CONDANNA DI STRASBURGO. Numeri che fanno male, soprattutto dopo la condanna inflitta al nostro Paese dalla corte europea dei diritti umani per «non aver agito con sufficiente rapidità per proteggere una donna e suo figlio dagli atti di violenza domestica perpetrati dal marito». Nel 2013 a Remanzacco, in provincia di Udine, il marito di Elisaveta Talpis accoltellò a morte il figlio 19enne e provò a uccidere la madre che lo aveva denunciato.



L'altra faccia della violenza sulle donne - ma non solo - è quella di un bambino. Come Marco, che di anni ne ha 13. «Ho visto mio padre fare brutte cose a mia madre, alzava le mani, chiedeva il coltello, le sputava in faccia, minacciava anche di ammazzarla», scrive il ragazzino sempre nella chat di Telefono azzurro. «La cosa mi ha fatto piangere. Non so cosa fare, so che vogliono divorziare». Le violenze in casa sua non sono l'eccezione. Un'altra volta, continua Marco, «mio padre insultava mia madre dandole della "gran troia". Chiedo scusa per il termine…». Secondo l'idea che si è fatto Marco alla base delle violenze ci potrebbero essere difficoltà economiche in cui versa la famiglia. «Mio padre diceva che eravamo ricchi, ma ora siamo poveri… lui è disoccupato».

«LA MAMMA SE LO È MERITATO». Il 13enne racconta di aver parlato con il padre. «Ma dice che (la mamma) se lo era meritato». E ancora: «Mia madre ha detto a mio padre che per colpa sua stavo piangendo, e mio padre le ha gridato in faccia di smettere di parlarle… (mio fratello) ha cercato di consolarmi e di farmi dimenticare, ma non posso proprio farlo… Sono ancora triste…». Ad averlo scosso, come spiega lui stesso, sono state «le minacce e gli sputi in faccia». E sempre del padre dice: «È gentile. Dice di volermi un bene dell'anima. Io non ne sono sicuro… Cerca sempre di ricattarmi psicologicamente facendomi pessimi scherzi… Come ad esempio quando non vado a fare la spesa anche se sto male, lui dice che non gli voglio bene…».



La violenza domestica, che non va limitata ai casi di abusi sulle donne ma ampliata a ogni tipo di violenza che si consuma all'interno dell'ambiente familiare, in mancanza di un intervento repentino rischia di avere conseguenze pensanti sui bambini testimoni. Anche in questo caso generalizzare non aiuta a comprendere il fenomeno. Molto dipende dall'età del testimone e dalla durata dell'esposizione alla violenza. Ma «come in ogni evento traumatico», spiega a Lettera43 Laura Lagi, psicologa e coordinatrice dell'unità tutela dei minori di Save the Children, «è possibile affermare che il piccolo mutua reazioni e comportamenti dal genitore esposto alla violenza». Per questo il silenzio, l'omertà o il volere tenere insieme la famiglia a ogni costo "per il bene dei figli" sono risposte pericolose.

LA NORMALIZZAZIONE DELL'ABUSO. «Senza una soluzione in tempi brevi», aggiunge Lagi, «se l'adulto non riesce a trovare una formula per mettere fine alla situazione, l'atto violento rischia di diventare normale». Si tratta dello stesso meccanismo che si innesca in caso di abusi sessuali su minori: se la madre sa e non reagisce, allora «viene a mancare il metro, si confonde un caso con il tutto». E si rafforza la convinzione che gli adulti, tutti gli adulti, "fanno così". In altre parole l'inazione, il silenzio e la mancata denuncia «creano nel bambino una discrepanza cognitiva in cui vengono lesi i modelli educativi di base».

QUANDO IL MONDO CROLLA. I bambini, continua la dottoressa, «sono in grado di elaborare un abuso se sono consapevoli che il resto non crolla», se capiscono che la violenza subita direttamente o indirettamente non è la normalità, ma un evento circoscritto. Per uscire da questa «deriva», è necessario ricreare un contesto adeguato in cui il nucleo familiare possa elaborare ciò che ha vissuto. Spiegare, però, non è sufficiente. Il bambino deve vivere in un ambiente protetto, in cui possa andare a scuola e mangiare regolarmente, perché a volte questo nella "normalità aberrante" a cui è stato costretto non accade. Un ambiente in cui non abbia paura e non si senta costantemente minacciato. In cui un genitori non picchi o insulti l'altro. Questo accade nelle case famiglia, dove viene ricreata «una esperienza diretta positiva». Rompere i circuiti della violenza, si sa, è complesso. Ma «l'adulto competente», insiste la psicologa, «deve reagire per bloccare da subito l'evento, sradicando la violenza il prima possibile»..

(Lettera 43)

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