La violenza carnale arma della bestia umana in tutte le guerre...




Le recente denuncia sulle violenze sessuali di Caschi Blu in missione di pace, lasciate impunite dall’Onu. Lo stupro da sempre parte delle atrocità di guerra che gli eserciti compiono sui civili. Con la vergogna della storia scolastica che fa passare il ratto della sabine come prodezza della nascente Roma.
Giovanni Punzo ci spiega che il primo stupro ritenuto crimine di guerra fu riconosciuto nel 1474. Millenni di impunità spesso applaudita. Poi gli orrori recenti, nella nostra ‘civilissima’ realtà, in Bosnia, ad esempio. E qui ritroviamo i Caschi blu.
Il bordello militare con donne musulmane prigioniere a Foca, serbo bosnia. O l’albergo ristorante “Sonja’s Kontiki”, a Vogosca, con prostitute prigioniere frequentato da militari di Unprofor. Per quello il generale canadese Lewis MacKenzie, a capo delle forze Onu, fu sostituito.


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Da sempre uno degli aspetti rivelatori per comprendere la natura di qualsiasi conflitto armato è la condizione dei civili coinvolti, che naturalmente attraverso i secoli è cambiata assieme alla guerra stessa. I vinti nell’antichità, guerrieri o cittadini che fossero – donne e bambini compresi –, di solito avevano due possibilità: la morte o la schiavitù al servizio dei vincitori.
Dai tempi delle Troiane di Euripide o dal ratto delle Sabine per fortuna le cose cambiarono: il primo stupro ritenuto anche crimine di guerra fu riconosciuto tale nel 1474, con la prima condanna pronunciata contro Peter von Hagenbach.
L’evoluzione della civiltà ci ha in seguito illuso: anche se le leggi internazionali stabiliscono l’obbligo del rispetto della popolazione civile e del trattamento umano dei prigionieri di guerra o dei feriti di ambo le parti, la realtà le ha trasformate a volte in ingenue utopie.
Dallo scoppio delle ostilità in Bosnia fu chiaro a tutti che nessuno dei contendenti aveva la reale capacità militare di sconfiggere l’altro – non almeno in modo definitivo – e che la guerra per questo sarebbe stata lunga.
Meno chiaro ai tanti osservatori fu che una delle armi usate sarebbe stata il terrore: in mancanza cioè di un esercito regolare per sconfiggere il nemico, il terrore da solo avrebbe agito allo scopo di far abbandonare i luoghi contesi occupati dalla popolazione che si voleva allontanare e, all’interno di questa strategia, la violenza sessuale e lo stupro furono elementi utilizzati con frequenza soprattutto dalle tante forze irregolari.
Dietro le fluttuazioni delle linee di combattimento o l’abbandono di interi villaggi – soprattutto nell’agosto-settembre 1992 – ci furono insomma storie atroci di violenze di massa.
Le violenze non si limitarono a questa fase, ma continuarono con l’asservimento sessuale e la schiavizzazione di decine e decine di giovani donne soprattutto nella zona di Foca. Qualcosa di inaudito, ma già accaduto quando le truppe giapponesi nel corso della II Guerra mondiale occuparono parti dell’Asia e crearono bordelli per la truppa e gli ufficiali costringendovi all’interno donne asiatiche ed europee.
La lettura degli atti del processo che si svolse a Batavia, oggi Giacarta in Indonesia (all’epoca colonia olandese), contro i responsabili giapponesi della schiavizzazione di una trentina di donne e ragazze olandesi è semplicemente agghiacciante.
La coreana Kim Sun Duck negli anni Novanta del secolo scorso ogni mercoledì si recava davanti all’ambasciata giapponese chiedendo scuse ufficiali e un risarcimento mai concesso.
Ancora più grave infine quando in questi atti di violenza sono coinvolte autorità o persone che dovrebbero, se non proteggere, almeno mantenere la più stretta neutralità e anche questo avvenne in Bosnia nell’autunno del 1992.
Sebbene fosse stato reso noto il rapporto Mazowiecki sulle violenze commesse in campi di prigionia da ambo le parti (stupri compresi), l’attenzione dell’opinione pubblica fu attratta dalla scoperta del coinvolgimento di numerosi soldati Unprofor (sigla della missione Onu Protection Force) nel lucroso mercato nero di Sarajevo e non finì li.
A Vogosca, sobborgo a una decina di chilometri da Sarajevo, fu scoperto dal giornalista americano Roy Guttman che alcune ragazze bosniache, trattenute in una sorta di prigione, erano costrette ad esercitare la prostituzione in un albergo ristorante chiamato “Sonja’s Kontiki”, frequentato da militari di Unprofor e altri paramilitari. Fu la classica goccia che fece traboccare il vaso e il generale canadese Lewis MacKenzie, a capo delle forze Onu, fu sostituito...

(RemoContro)

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