AL SHABAAB, TERRORISTI SENZA DIO...




Non sarebbe la religione, bensì la povertà e il malcontento ad attirare i giovani verso il movimento estremista somalo al-Shabaab. Lo rivela uno studio sul campo realizzato dai ricercatori dell’Istituto per la Giustizia e la Riconciliazione di Città del Capo e della Georgetown University di Washington, con il supporto del Life & Peace Institute di Nairobi.

di Marco Cochi



Il nuovo report “Community perceptions of violent extremism in Kenya”, è stato realizzato tra giugno e agosto 2016 su un campione di 200 gruppi di discussione e 30 interviste individuali a esponenti di rilievo della società civile, leader delle varie comunità locali, religiosi, accademici ed ex combattenti.
L’obiettivo della ricerca era quello di valutare l’approccio dei numerosi intervistati nei confronti di al-Shabaab, partendo dalla premessa che il successo o l’insuccesso di gruppi estremisti dipende molto dal sostegno offerto dalla comunità del luogo in cui operano. 
I risultati dello studio indicano che non esiste un percorso univoco che conduce i giovani all’estremismo radicale. Secondo gli analisti, la scelta estrema è innescata da complessi processi psico-sociali, che sfociano in derive imprevedibili nella fascia più giovane della popolazione.
Dalla ricerca emerge che molteplici fattori hanno originato l’avvicinamento dei giovani all’estremismo radicale violento dei jihadisti somali. Tra questi figurano povertà, corruzione, disoccupazione, emarginazione sociale, proliferazione delle bande criminali, violazioni dei diritti umani, ma anche il fallimento del governo nel garantire alla popolazione i servizi primari. Mentre la religione ha avuto scarsissima influenza sulla decisione di seguire al-Shabaab.
Lo studio esamina anche con estrema attenzione l’importanza che riveste il carattere distintivo di particolari manifestazioni di estremismo, ricordando che ogni movimento radicale trova terreno fertile nel malcontento popolare, nel mutamento della situazione politica e in particolari situazioni di mancanza di sicurezza.
Per questo, in taluni casi è addirittura emerso che l’adesione all’organizzazione islamista somala, tende a essere considerata come uno strumento di autodifesa e di vendetta da coloro che hanno subito violenze e soprusi dalle bande criminali locali, polizia o altri gruppi estremisti.
Nei numerosi colloqui che i ricercatori hanno avuto con i poveri e i reietti che vivono ai margini della società keniana, è apparso chiaramente che per tentare di cambiare la loro condizione, molti di essi sono combattuti tra il sostegno e il rifiuto della violenza. Uno stato di incertezza che li rende vulnerabili al reclutamento e alla radicalizzazione da parte di predicatori e imam. 
Il Kenya, dove è stata svolta l’indagine, è stato oggetto di attacchi letali su vasta scala da parte di al-Shabaab, tra cui l’assalto al Westgate Mall di Nairobi, dove nel settembre 2013 furono uccise 67 persone e il massacro compiuto nell’aprile 2015 al Garissa University College, in cui persero la vita 148 persone.
Il governo keniano ha sollevato seri problemi di sicurezza riguardo la nutrita concentrazione di somali nel paese, molti dei quali attraversano regolarmente l’estesa e porosa frontiera tra Kenya e Somalia. E secondo il rapporto, è proprio in questo contesto che, nel giugno scorso, Nairobi ha annunciato la chiusura del più grande agglomerato di rifugiati del mondo: il campo profughi di Dadaab, che attualmente ospita più di 256mila somali...
(Nigrizia)

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