Senza seno dopo la mastectomia «Non vogliamo portare le protesi»...




Nasce negli Stati Uniti il movimento «go flat» (resta piatta) che mette in guardia le donne dalla chirurgia ricostruttiva: «Il rischio di infezioni è alto e non siamo meno donne senza le mammelle».




Quando Debbie Bowers si è operata di cancro al seno i suoi dottori le hanno annunciato che l’assicurazione avrebbe pagato per la ricostruzione e che avrebbe potuto anche «crescere di una taglia». Sembrava una buona notizia nella tragedia ma Debbie non voleva delle protesi. «Avere qualcosa di estraneo nel mio corpo dopo un cancro era l’ultima cosa che volevo” ha detto al New York Times Bowers, 45 anni, di Bethlehem Pa.
Troppi rischi
Mentre gli oncologi e i chirurghi plastici promuovono con grande enfasi la ricostruzione dicendo che aiuta le donne «a sentirsi di nuovo complete», ci sono donne come la signora Bowers sfidano le convinzioni sociali e il consiglio dei medici rimanendo senza seno dopo il cancro. Dalla loro esperienza è nato il movimento «go flat», diventare piatte, cui il New York Times ha dedicato l’onore della prima pagina . «La ricostruzione non è un processo semplice - dice il chirurgo californiano Deanna J. Attai, ex presidente della società dei senologi -. Alcune donne pensano che sia un percorso troppo lungo e rinunciano».
Il video
Bowers e altre donne come lei hanno anche fatto un video sulla piattaforma wisdo.com che ha avuto molto successo sui social media. Paulette Leaphart, 50 anni, la scorsa estate ha camminato topless da Biloxi, Missouri a Washington per aumentare la consapevolezza sull’argomento. «Non è il seno che ci rende donne» è lo slogan del movimento «go flat» che sfida i luoghi comuni sulla femminilità.
Percorso obbligato
Per anni i medici hanno pensato che la ricostruzione dovesse essere una parte integrale del trattamento anti-cancro perché migliora la qualità della vita. Le associazioni delle donne hanno lottato per ottenere che negli Stati Uniti le protesi mammarie fossero fornite dalle assicurazioni sanitarie. Oggi la maggior parte delle pazienti sceglie di sottoporsi all’operazione. Ma il movimento «go flat» accusa i dottori (per la maggior parte maschi) di concentrarsi troppo sull’estetica senza considerare il rischio di complicazioni legate alla ricostruzione. Ne è un esempio Marianne DuQuette Cuozzo, 51 anni, che ha avuto quattro infezioni in cinque mesi prima di decidere di rimuovere le protesi. «Nessun medico mi ha mai detto che c’era la possibilità di rimanere senza seno. La chirurgia veniva data come scelta obbligata» racconta al New York Times.
Le fotografie
«Non siamo sopravvissute, siamo combattenti» dicono le donne che posano nude per la fotografa Isis Charise che ha creato The Grace Project, un sito in cui vengono presentati ritratti di chi si è sottoposta alla mastectomia per sopravvivere al cancro. Charise pensa alle sue modelle come a delle dee greche. Lo stesso concetto è portato avanti da Rebecca Pine che ha lanciatoThe Breast and the Sea (Il seno e il mare) in cui si possono ammirare altrettante immagini potenti. Alcune pazienti scelgono di tatuarsi per nascondere le cicatrici. Pine ha un fior di loto su un seno e una farfalla sull’altro. «Non è come riavere il proprio seno. Le protesi sono diverse, non sono più sensibili al tatto. È un’altra cosa»...
(Corriere della Sera Esteri)

Commenti

UNA SCUOLA PER ATMA