Ma quale invasione? Solo il 3% dei #migranti africani arriva in Europa: gli altri restano in Africa...




Rifugiati nigeriani in fuga dalla violenza di Boko Haram nella zona di Geidam, Nigeria. 6 maggio 2015. REUTERS/Afolabi Sotunde


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Sfatiamo un mito: appena il 3 per cento dei rifugiati africani si trovano in territorio europeo. Dei 17 milioni di africani sfollati in tutto il mondo, la stima è dell'Agenzia dell'ONU per i rifugiati UNHCR, il 93,7 per cento migra e rimane all'interno del continente e appena il 3,3 per cento ha raggiunto l'Europa.
Solo all'interno dello stato nigeriano di Borno, nella parte settentrionale del Paese dove vive et imperaoggi come ieri il gruppo Boko Haram, sono 1,4 milioni gli sfollati, il 40 per cento in più di quelli arrivati in Europa in tutto il 2015, stimati in circa un milione: solo nel Borno la guerra contro il gruppo islamista ha costretto ben 2,6 milioni di persone ad abbandonare la propria casa e il proprio villaggio, un numero superiore ai siriani presenti in questo momento in Turchia - il Paese con il più alto numero di rifugiati al mondo. Insomma, se pensavate di assistere a “un'invasione” da parte dei migranti provenienti dall'Africa subsahariana vi siete sbagliati di grosso: il nord-est della Nigeria è da anni tappa o meta di flussi migratori in misura di gran lunga superiore a quella cui stiamo assistendo in Europa. Il risultato finale, denunciano le Nazioni Unite, è una crisi alimentare, idrica e medico-umanitaria che potrebbe portare alla morte per fame, entro la fine del prossimo anno, centinaia di migliaia di persone.
A Monguno, un'arida città di 1,1 milioni di abitanti nello stato nigeriano di Borno a 140 chilometri a norddi Maiduguri, esistono oggi 9 campi profughi che accolgono 600.000 rifugiati interni: un anno e mezzo fa l'esercito nigeriano ha strappato la città ai miliziani di Boko Haram e al posto degli islamisti si sono installate alcune ong del settore medico e umanitario, oltre che le forze di sicurezza governative, ma la situazione è drammatica. Il Guardian riporta la testimonianza di Mathieu Kinde, un operatore sanitario della ong Alima, il quale denuncia centinaia di casi di malnutrizione (200 casi nuovi alla settimana), il primo focolaio di poliomelite in Nigeria degli ultimi due anni e mezzo, una realtà sociale completamente da ricostruire e la quasi impossibilità di andare avanti. La maggior parte del cibo può arrivare in queste zone solo grazie agli elicotteri: Boko Haram è infatti ancora presente in alcune zone periferiche e tutt'attorno al perimetro appena fuori alla città, che è isolata e non può ricevere i convogli di aiuti umanitari provenienti da Maiduguri, dove la disoccupazione supera il 50 per cento.
Le immagini che riporta il Guardian da un'ospedale di Medici Senza Frontiere a Maiduguri ricordano quelle che negli anni Novanta affollavano tutti i canali televisivi ogni volta, molto raramente, che si parlava di Africa: decine e decine di bambini scheletrici con occhi assenti, talmente magri che per i medici è impossibile trovare una vena buona per infilare l'ago della flebo. “Abbiamo perso il conto delle persone morte di fame” denuncia Bulama Modusalim, leader informale di un campo profughi a Maiduguri: questo campo è sorto sui terreni di un uomo d'affari locale, Babakara al-Kali, che lo ha donato per accogliere 3.000 sfollati rinunciando a una parte del proprio business.
Il problema è che le Nazioni Unite hanno ampiamente mancato gli obiettivi di intervento: il finanziamento stanziato rappresenta oggi appena il 39 per cento della cifra promessa (poco meno di 300 milioni di dollari) e i locali fanno ciò che possono con l'aiuto di altre ong. Ma la realtà è che per centinaia di migliaia di loro il futuro è già drammaticamente ipotecato: a parte i problemi fisici molti sono affetti anche da traumi psicologici, raccontano storie infernali che sembrano uscite dai loro incubi sulle atrocità commesse da Boko Haram. Famiglie sterminate, risvegli a colpi di fucile semiautomatico, omicidi mirati, molti dei sopravvissuti sono vivi solo perché gli islamisti volevano farli soffrire di più, nel ricordo degli stupri alle loro famiglie, degli omicidi dei loro figli, dei sequestri lunghi anni. Per molto tempo Boko Haram ha controllato una zona grande quanto il Belgio, il gruppo ancora oggi - seppure in forte ridimensionamento e vittima di un aspro conflitto interno - agisce in Nigeria, Niger, Ciad e Camerun, ha causato la morte di oltre 20.000 persone e provocato milioni di sfollati. A centinaia continuano ad essere sequestrati.
Molti di loro, una volta liberati o fuggiti, vengono respinti dal resto della comunità o dai villaggi in cui si recano per chiedere aiuto e protezione: le persone temono che siano stati indottrinati, che siano venuti a farsi esplodere in qualche mercato, a portare altra violenza. Temono il cavallo di Troia di Boko Haram. È questo il vero virus diffuso dal gruppo islamista: la paura, la sfiducia, il dilaniare una società rendendola insicura, cambiandone le abitudini e il modo di guardare il mondo. Se fino a poco fa la vita sociale si svolgeva con la comunità oggi in quella stessa comunità, dove nessuno resta mai solo e dove la condivisione è totale, serpeggia il sospetto e la paura. E la comunità, la società, cambia volto irrigidendosi, arrabbiandosi.
Sembra di raccontare la storia recente dell'Europa meridionale, e non solo, ma in realtà è di un luogo molto più a sud: segno di come si tratti di un fenomeno umano, di come bianchi caucasici e nigeriani siano fondamentalmente identici. Il concentrarsi, per poi dimenticarle, sulle oltre 300 ragazze rapite a Chibok ha allontanato l'attenzione dei media sul peggioramento della crisi umanitaria attorno al lago Ciad e in particolare nel nord-est della Nigeria: “Ognuna delle ragazze ancora rapite rappresenta, in piccolo, i milioni di nigeriani che oggi devono affrontare la fame in tutto il nord-est a causa della violenza di Boko Haram” ha detto Olga Faran, portavoce per l'ufficio di coordinamento degli aiuti umanitari dell'ONU, al quotidiano Guardian.
Dopo l'azione militare e la riconquista di città e villaggi il governo nigeriano chiede agli sfollati di tornare a casa, di riprendersi la propria vita e il proprio territorio, assicurando la messa in sicurezza del territorio. Ma la realtà è diversa: molti territori sono ancora contesi, molti villaggi sono stati saccheggiati e devastati dalla furia islamista e il problema insiste in particolare sui campi coltivabili, che restano terreno di scontro ancora oggi. La guerra del futuro, quella per il controllo delle fonti d'acqua, in Nigeria è la guerra del presente: osservare la zona attorno al lago Ciad è come osservare il futuro del pianeta in una palla di vetro, quando del petrolio non importerà più a nessuno e sarà l'acqua il fondamento sul quale si baseranno i conflitti. Dal 1970 il lago Ciad, fonte idrica primaria per circa 70 milioni di persone, si è ridotto di circa il 90 per cento, un dato sufficiente per immaginare la crisi bellica e umanitaria che ne è scaturita.
In un certo senso i milioni di profughi che affollano il nord-est della Nigeria e i Paesi attorno al lago Ciad sono migranti economici e climatici, oltre che vittime della guerra: settori come pesca e agricoltura sono stati distrutti, il ritirarsi del lago Ciad ha peggiorato la vita di milioni di persone creando una generazione di disoccupati e demotivati che spesso sono stati drenati tra le fila di Boko Haram, attratti dalle sirene islamiste e dalla prospettiva di guadagnare qualcosa.

Non sono moltissimi, circa 35.000 secondo l'Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, i nigeriani provenienti da queste zone che hanno raggiunto l'Europa. La maggior parte di loro si dichiara “migrante economico” e non vittima della guerra: è un numero esiguo e che come reazione in Europa provoca una marcata superficialità, il non vedere un problema enorme che dovrebbe interessarci nei numeri, prima ancora che nelle conseguenze. In Europa parliamo di “emergenza immigrazione” e, se è possibile essere ancora più irresponsabili, di “invasione di migranti”: questi, lo ripetiamo, sono appena il 3 per cento di quelli interni al continente africano. Fino ad ora “aiutarli a casa loro” è stata solo la formula magica delle politiche ipocrite di chi gioca sulla pelle di milioni di persone...
(International Business Times)

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