LIBANO. Profughi palestinesi, il viaggio negato ad Amal, Firas e Mustafa...




I tre ragazzi del campo di Burj al Shemali erano stati invitati a presentare il loro eccezionale lavoro negli Stati Uniti, alla Graduate School of Design dell’Università di Harvard. Poi la doccia fredda: niente visto



di Ingrid Colanicchia*
Beirut, 10 novembre 2016, Nena News – Amal, Firas e Mustafa sono tre giovani palestinesi che vivono nel campo profughi di Burj al Shemali, nel sud del Libano, vicino alla città di Tiro. Sono tutti e tre molto impegnati nella vita del campo. Amal Al Said, oltre a essere una capo scout (come anche Firas e Mustafa), è assistente sociale del Centro Beit Atfal Assumoud e coordina un progetto musicale che vede coinvolti oltre 100 bambini, promosso dall’associazione italiana ULAIA (con il supporto della Tavola valdese). Firas Ismail e Mustafa Dakhloul studiano entrambi Scienze Infermieristiche: il primo fa parte della banda di musicisti di cornamuse “Sumoud Guirab” e collabora col docente per insegnare lo strumento ai più piccoli; l’altro in questo anno accademico è stato prescelto dalla Fondazione Ivan Bonfanti di Roma per l’assegnazione di una borsa di studio.
Dal 2015 tutti e tre lavorano al progetto “Greening Burj al Shemali” coordinato da Claudia Martinez Mansell – ricercatrice indipendente, un passato alle Nazioni Unite e tanta, tanta passione – e da Mahmoud Al Joumma, del Centro Beit Atfal Assumoud.
Il progetto si propone di realizzare aree verdi nel campo – inclusi orti sui tetti – con l’obiettivo di migliorare l’ambiente in cui vivono i 25.000 profughi che qui abitano, rinnovare il legame con la terra e contemporaneamente sviluppare una microagricoltura nonostante l’assenza di spazio. Un’iniziativa importante, soprattutto considerando che quando si entra in un campo profughi una delle prime cose che salta agli occhi è proprio l’assenza di spazi verdi.
Per concretizzarsi, il progetto necessitava in primo luogo di una mappa accurata del campo. Il comitato locale non ne era in possesso e scaricarla da internet non avrebbe consentito una buona risoluzione, e così Claudia Martinez Mansell e il gruppo riunito intorno a lei ha pensato di servirsi di un grande palloncino attrezzato con una macchina fotografica. «La gente – raccontano sul sito www.kickstarter.com, dove hanno lanciato una raccolta fondi per la realizzazione del progetto – a volte ci ha chiesto: “Perché non usare un drone?”. La nostra risposta più immediata è che la mappatura con il palloncino costruisce relazioni migliori con gli abitanti del luogo che si sta mappando». «I membri della comunità escono e parlano con te quando giri per le loro strade con un grande pallone rosso; diventa un evento, la gente parla e l’interesse cresce». «L’aspetto low-tech di questo procedimento di mappatura – proseguono – consente anche una più ampia partecipazione dei membri della comunità: dal professore di fisica che ci ha aiutato a risolvere i problemi di stabilità della fotocamera ai lavoratori che hanno cercato di riparare il nostro palloncino bucato». E poi, spiegano ancora, i «palloncini sono anche più giocosi e poetici. E sono meno associati alla guerra».
L’iniziativa ha suscitato grande interesse a livello internazionale, al punto che i tre ragazzi erano stati invitati, in questo mese di novembre, a presentare il loro lavoro negli Stati Uniti: presso la Graduate School of Design dell’Università di Harvard e alla Public Lab Barnraising, una conferenza che si svolge annualmente su iniziativa della rete Public Lab (che si occupa di ambiente e che ha tra l’altro collaborato al progetto di mappatura). «Il loro viaggio negli Stati Uniti sarà un’esperienza preziosa che forse cambierà le loro vite», aveva detto la coordinatrice annunciando la notizia: «Li porterà a contatto con studenti, progettisti e altri scienziati da tutto il mondo che sono interessati a ciò che hanno fatto e che saranno felici di condividere con loro idee e punti di vista. Amal, Firas e Mustafa saranno senza dubbio motivati da questa esperienza e rafforzati nella consapevolezza di poter essere agenti di cambiamento. Per questi tre giovani, imparare a fare una mappa e un giardino significa aprire i propri orizzonti e prendere coscienza della loro possibilità di contribuire attivamente a plasmare il mondo».
Un’occasione imperdibile insomma. Ma poi è arrivata la doccia freddaL’ambasciata degli Stati Uniti in Libano ha respinto le richieste di visto adducendo come motivazione la mancanza di documenti che attestino un legame con il Libano tale da garantire il loro interesse a ritornare, come ad esempio un certificato di matrimonio, un contratto di lavoro o di proprietà. «Siamo distrutti», commenta Claudia Martinez Mansell che, nonostante i tempi siano molto stretti, non ha abbandonato la speranza che l’ambasciata riconsideri la sua decisione. (Maggiori informazioni http://bourjalshamali.org/).

* Questo articolo è stato pubblicato in origine dal sito Adista.it
(Nena\news)

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