Primo maggio 2016, più morti sul lavoro che non c’è. Litigio Jobs Act...




Nel 2015 è tornato a crescere il numero di morti sul lavoro. Secondo l’Inail gli episodi aumentati del 16% rispetto al 2014. Festa di quale lavoro per la Generazione voucher, figlia di quella dei mille euro e nipote degli ormai tramontati cocoprò? 7 persone su 10 non crede alla ripresa ripartita. Solo l’8%, invece, ritiene che il Jobs Act abbia funzionato. 3 persone su 10 sono convinte che abbia peggiorato la situazione



Festa del lavoro che però non c’è, o è precario, e per giunta, quando lo trovi, troppo spesso ammazza. Dopo anni di miglioramenti, nel 2015 sono tornare a crescere le morti sul lavoro. Secondo i dati dell’Inail, nell’ultimo anno gli incidenti mortali sono aumentati del 16% rispetto al 2014. Solo all’inizio del 2016 ci sarebbe un calo, -14,6% sullo stesso periodo del 2015. L’anno scorso, sempre sulla base di dati provvisori, le denunce erano state 1.172 contro le 1.009 del 2014. Si muore di più in Umbria (+ 5,1%), Friuli Venezia Giulia (+3%) e Puglia (+ 1,9%) e tra i 60 e i 64 anni (+8,7%). Le denunce di infortunio mortale, nel solo mese di marzo 2016, sono state 61, in aumento rispetto al marzo 2015, quando erano state 55. Nel periodo gennaio-marzo 2016 sono arrivate inoltre 15.871 denunce di malattia professionale, con un aumento (+4,6%) rispetto al gennaio-marzo 2015.
Jobs Act, il mantra. Contrariamente alle indicazioni fornite dalle statistiche dell’Istat e rilanciate dal premier Renzi -scriveRepubblica– una larga maggioranza della popolazione non crede alla ripresa. 7 persone su 10 pensano che non sia vero. Che l’occupazione non sia ripartita. Solo l’8%, invece, ritiene che il Jobs Act abbia funzionato. Mentre, secondo la maggioranza (40%), è ancora presto per vederne i risultati. Ma oltre 3 persone su 10 sono convinte che abbia perfino “peggiorato la situazione”. Le uniche “forme” di impiego effettivamente aumentate sarebbero, infatti, quelle “informali”. Il lavoro nero e quello precario. La pensa così circa il 70% degli italiani (intervistati da Demos-Coop). Poco più di 2 persone su 10  contano che la loro situazione lavorativa possa migliorare, nei prossimi anni.
Quella dei dati sul lavoro sembra un riffa, una tombola impazzita dove i numeri escono fuori a casaccio. Vecchie liti sul «contratto a tutele crescenti», perno del Jobs Act, dove lo Stato eroga contributi alle imprese per contratti a tempo indeterminato ma aumenta la libertà di licenziare. Ora pare stia esplodendo la forma del ticket-lavoro, che nel primo bimestre di quest’anno è aumentata del 45% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Parlano 19,6 milioni di voucher. Il pagamento delle prestazioni di lavoro occasionale attraverso il meccanismo dei ‘buoni’, cioè dei tagliandi con cui pagare il salario, Inps e Inail in un colpo solo. Ma il ‘vaucer’ che regolarizza il lavoro occasionale è acquisibile via telematica o dal tabaccaio: copertura a posteriori (quando serve) del vecchio lavoro nero.
Ignazio Masulli su il Manifesto fa oggi una ricostruzione storica delle riduzione dei diritti dei lavoratori e del welfare. Dalla Thatcher a Reagan la filosofia di cambiare i rapporti di forza tra capitale e lavoro a vantaggio del primo, a modernità apparentemente meno provocatorie in tempi più recenti. In Gran Bretagna, sul terreno già arato dai governi Thatcher e Major ha reso più agevole a Blair superare i vincoli normativi. In Germania, i vincoli più rigidi sono stati aggirati nella pratica con la tolleranza del governo. In Francia e in Italia la resistenza sindacale è stata più tenace con gli imprenditori che hanno usato la crescente flessibilità nelle norme e tipologie contrattuali e la proliferazione delle forme di lavoro precario.

Poi lo Stato sociale da smantellare. Ridimensionamenti delle pensioni, da tempo sganciate dal reddito in età lavorativa. Tagli sempre più impietosi ai sistemi sanitari. Forme di assistenza limitate ai «realmente bisognosi» sulla base di ristretti accertamenti dei mezzi. Privatizzazioni crescenti e da assicurazioni private specie per pensioni e sanità. Sull’altro versante, la costante la riduzione della tassazione sulle imprese e i redditi, con chiaro vantaggio dei più alti. Risultato finale, la riduzione del salario reale e con esso i margini di una minima redistribuzione della ricchezza. Le misure di Cameron sul lavoro, il Jobs Act di Renzi o la Loi Travail proposta dal governo francese, fortemente contestata dalla piazza, appaiono il completamento di un percorso accelerato dalla crisi del 2008...
(RemoContro)

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