Il superboss degli scafisti che porta i migranti in ItaliaIl superboss degli scafisti che porta i migranti in Italia...





di Giovanni Bianconi


Il trafficante di uomini dall’Egitto ai suoi: «Vi mando i legali in porto. Quando vi hanno ferIl 13 settembre dello scorso anno uno degli scafisti sorpresi a trasportare esseri umani nelle acque del Mediterraneo ricevette una chiamata dall’Egitto. L’avevano appena bloccato dopo il trasbordo di 199 migranti dalla nave più grande a una più piccola, per farli arrivare clandestinamente in Italia. La motovedetta della Guardia di Finanza lo stava scortando verso il porto di Catania, a bordo della «nave madre» senza nazionalità e con il nome cancellato, quando il telefonino del «capitano» squillò. Era il suo capo, che dall’Egitto chiedeva notizie e dava indicazioni per limitare i danni. 

«Quando ti hanno fermato che cosa ti hanno detto?», chiese. «Hanno detto che volevano vedere i documenti», rispose il capitano. «Ma voi siete scappati?»: «Non abbiamo fatto niente per farli insospettire...».mato cosa ti hanno detto? Vi possono fare il confronto, stai attento»

Il destino della nave e del capitano dipendeva dalle dichiarazioni dei migranti: «Se qualcuno ha testimoniato non ci lasciano andare - spiegò ancora il capitano -. Vedi per un avvocato e sistema tutto». L’altro lo rassicurò: «L’avvocato ti arriverà direttamente, gli sto mandando dei soldi». Due ore dopo il capo richiamò e ordinò: «Vi possono far fare il confronto, ti prego fai attenzione... Ti scongiuro, tu e i ragazzi non li conoscete... Voi siete venuti con il coso dalla Siria...». In realtà arrivavano dall’Egitto, e loro erano scafisti, non migranti. Sfruttatori della disperazione altrui, non vittime della propria. Ma la linea difensiva doveva essere netta: «Dovete negare che li conoscete, così non succederà un grosso problema per voi e per loro». 
La terza telefonata giunse dopo un’altra ora: «L’avvocato dovrebbe essere all’interno del porto, gli ho trasferito i soldi da due ore». 
Queste conversazioni furono intercettate perché quello sbarco era già il terzo in poche settimane sulle coste della Sicilia orientale, e gli investigatori del Servizio centrale operativo della polizia avevano messo sotto controllo alcuni numeri indicati dai migranti. Così poterono ascoltare il colloquio tra il «capitano» e il suo referente dall’altra parte del mare, l’organizzatore delle traversate sulla rotta Alessandria-Siracusa, o Catania. Una persona rimasta sconosciuta fino a poco tempo fa, quando i poliziotti e la Procura di Catania sono riusciti ad attribuirgli nome, cognome, indirizzo grazie alla collaborazione delle autorità del Cairo. 

Si chiama Ahmed Mohamed Farrag Hanafi, ha compiuto 32 anni a luglio, e ufficialmente risiede nel governatorato di Kafr El Sheik, nel Nord del Paese. Da pochi giorni è ricercato in Egitto e altrove per i reati di associazione per delinquere finalizzata all’ingresso illegale in Italia di profughi siriani ed egiziani. Per gli inquirenti italiani e per quelli della sua nazione di appartenenza è il principale trafficante di uomini sulla direttrice alternativa a quella che dalla Libia porta a Lampedusa. Responsabile dei tre sbarchi dello scorso anno (almeno 360 tra uomini, donne e bambini) su cui sono scattate le indagini, e forse di molti altri, «poiché - scrive il giudice nell’ordine di arresto trasmesso per rogatoria in Egitto - si ha motivo di ritenere che nemmeno i reiterati arresti di scafisti, i sequestri di ben due “navi madri” e l’arresto del relativo equipaggio (tra cui quello del capitano intercettato al telefono con lui, ndr ) e di alcuni basisti operanti in territorio nazionale abbiano impedito alla stessa associazione di continuare a lucrare, ignominiosamente, sui cosiddetti “viaggi della speranza”». E ancora: «Le modalità e le circostanze dei fatti-reato comprovano la spiccata pericolosità criminale di Hanafi e consentono di ritenere probabile, già nell’immediato futuro, la reiterazione di analoghi comportamenti delittuosi».

Le modalità operative dell’organizzazione sono sempre le stesse, ricostruite dagli investigatori grazie alle testimonianze dei profughi e ai riscontri (intercettazioni comprese): «I migranti, nei loro Paesi di origine, contattano il cosiddetto “mediatore” a cui versano un anticipo del totale del costo del viaggio (fra i 3.000 e i 4.000 euro, ndr ). Il saldo della somma pattuita viene versato all’arrivo nel luogo di destinazione da familiari o conoscenti; le persone intenzionate a espatriare illegalmente vengono poi raggruppate nei punti di raccolta sulle coste egiziane da dove, a piccoli nuclei, vengono imbarcate su natanti di più ridotte dimensioni manovrati da “scafisti” (pagati poco più di 1.000 euro a viaggio, ndr ) che, raggiunto il mare aperto, incrociano altre imbarcazioni più grandi (pescherecci) ove vengono trasbordati. La navigazione, a questo punto, avviene sulla cosiddetta “nave madre”, che traina la piccola imbarcazione di origine , detta anche “barchino” o “nave figlia”.
Giunti in alto mare, a tot miglia marine in direzione delle coste siracusane o delle province limitrofe, ma comunque sempre in acque internazionali, i migranti vengono nuovamente trasbordati sull’imbarcazione trainata dove ai comandi si rimettono gli “scafisti” che, utilizzando il Gps e inserendo le coordinate fornite, tramite un telefono satellitare, da complici sulla terra ferma, puntano verso le coste siracusane, ove avviene lo sbarco. Una volta sbarcati, gli scafisti non rintracciati dalle forze dell’ordine vengono assistiti in luoghi sicuri e fatti ripartire dopo qualche giorno dai referenti dell’organizzazione, anche in vista di un possibile reimpiego. Qualora rintracciati dalle forze di polizia, l’organizzazione tramite le proprie “sentinelle” si occupa di assicurarne l’assistenza legale». 
È esattamente ciò che Hanafi ha fatto in favore dello scafista bloccato a Catania il 13 settembre 2013, trovando l’avvocato «le cui spettanze professionali venivano infine saldate dal cassiere dell’organizzazione»; un po’ come accade con le associazioni mafiose o camorristiche, nei confronti dei loro affiliati. Questo elemento è diventato uno dei pilastri delle accuse nei suoi confronti, trasformando Hanafi nel principale ricercato egiziano per traffico di essere umani. 
(Corriere della Sera)




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