LIBIA. Rapitori del diplomatico tunisino chiedono scambio di prigionieri...





I sequestratori di Al-Aroussi Kontassi vogliono scambiarlo con presunti qaedisti reclusi in Tunisia. Due giorni prima il rapimento dell’ambasciatore giordano. Il Paese è nel caos: il governo fatica a contrastare le milizie e l’insicurezza sta bloccando l’economia

di Sonia Grieco
Roma, 19 aprile 2014, Nena News – Uno scambio di prigionieri. È questo che chiedono i rapitori del diplomatico tunisino Al-Aroussi Kontassi, sequestrato giovedì nella capitale libica Tripoli da un commando armato. Lo stesso che un mese fa ha rapito un impiegato dell’ambasciata tunisina, Mohamed ben Sheikh, e vuole scambiare i due prigionieri con alcuni libici detenuti in Tunisia per terrorismo.
Secondo il governo di Tunisi, i rapitori sarebbero famigliari dei detenuti condannati per l’uccisione di due soldati durante una sparatoria nel 2011 a Rouhia, nel nord-ovest della Tunisia, con sospetti militanti di al Qaeda.
Il sequestro di Kontassi è avvenuto appena due giorni dopo quello dell’ambasciatore giordano Fawaz al-Itan, sempre a Tripoli. I due rapimenti non sembrano essere collegati, ma i funzionari e i diplomatici stranieri sono nel mirino delle milizie che spadroneggiano in Libia dal 2011, dalla fine della battaglia per cacciare Gheddafi. Diversi gruppi che hanno partecipato all’insurrezione non hanno deposto le armi e hanno occupato territori, città, zone produttive del Paese, seminando caos e paura. Lo scorso gennaio furono sequestrati cinque dipendenti dell’ambasciata egiziana e un uomo d’affari sudcoreano. Tutti furono rilasciati, ma in Libia si sono verificati anche attacchi contro stranieri occidentali finiti male. Lo scorso dicembre fu ucciso a Bengazi un insegnate britannico e altri due stranieri, un altro britannico e una donna neozelandese, furono trovati morti a gennaio vicino a Mellitah, nell’ovest del Paese.
Il governo di Tripoli, alle prese con una perdurante instabilità politica e sociale, non ha il controllo dell’intero territorio e le milizie non sembrano temere le forze di sicurezza libiche. Il Paese vacilla sotto la pressione di gruppi armati che rivendicano la gestione del potere e delle ingenti risorse minerarie, e che non temono di attaccare direttamente gli uomini al potere. Le minacce ai suoi famigliari hanno costretto il primo ministro libico, Abdullah al-Thinni, alle dimissioni, domenica scorsa.
L’insicurezza sta bloccando pure l’economia libica, basata sulle esportazioni di greggio a cui mirano anche le milizie che hanno fermato le attività di alcuni importanti porti. Un gruppo di Bengazi ha perfino tentato di esportare via mare un carico di greggio da milioni di dollari. Uno schiaffo all’autorità delle istituzioni che sono riuscite a fermare il cargo soltanto grazie all’intervento delle forze speciali statunitensi.
Il calo delle esportazioni espone il Paese al rischio della bancarotta e per la Libia è fondamentale sbloccare le attività dei porti in mano ai miliziani che chiedono accordi più vantaggiosi per la Cirenaica, la regione orientale che reclama più autonomia da Tripoli. Sono in corso trattative per porre fine a un blocco di otto mesi e, secondo quanto riferito da Mohamed al-Harari, portavoce della National Oil Corp (NOC), sono di nuovo in funzione i porti di Zuetina e Harega e il prossimo mese dovrebbero tornare in attività altri due scali, Sidra e Ras Lanuf. Questi ultimi due porti insieme possono esportare circa due milioni di barili al giorno e prima della guerra ne esportavano un 1,4 milioni. Lo scorso mese la Libia ha prodotto circa 300.000 barili al giorno. 
(Nena News)

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