Siria, ora anche i ribelli temono gli jihadisti che vengono da fuori...

Il timore è che, una volta abbattuto Assad, si instauri una repubblica islamica...

Scritto da Giovanni Giacalone

Siria, in diverse zone dell’est e del nord del paese sono da giorni in atto violenti scontri che vedono contrapporsi da una parte militanti dell’Islamic State of Iraq (ISI), di Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham e dall’altra l’Esercito Libero Siriano (ELS) guidato da Salim Idriss. Secondo fonti del Dipartimento di Stato americano si tratterebbe degli scontri più violenti mai visti tra le due fazioni e sembrerebbe quasi che i jihadisti stiano ora facendo il lavoro del regime, attaccando sistematicamente le milizie dell’ELS.
Il fronte anti-Assad diviso. È di martedì la notizia che i gruppi jihadisti hanno rifiutato di riconoscere la Coalizione Nazionale Siriana e il governo guidato da Ahmad Tomeh. I firmatari della dichiarazione sono Jabhat al-Nusra, Isi, Liwa al-Tawhid, Ahrar al-Sham e alcuni membri dell’ELS. In poche parole un caos totale nel quale i ribelli siriani dell’ELS si trovano ora a fronteggiare i loro ex alleati jihadisti e nel contempo entrambi gli schieramenti combattono contro l’esercito regolare di Assad e le milizie lealiste.
Il timore di una svolta islamista. Girano inoltre voci che riferiscono di gruppi di ribelli che si sarebbero riallineati con le truppe di Assad nel timore che, in caso di una caduta del regime, i jihadisti dell’ISI possano prendere le redini del paese e imporre uno stato islamico basato sull’ideologia radicale di stampo salafita. Questi timori non sono infondati visto e considerato che l’ELS risulta notevolmente indebolito e spaccato internamente; un ELS da sempre militarmente inferiore rispetto ad al-Nusra e Isi, meglio addestrate, equipaggiate e con sostanziali finanziamenti dall’estero.
L’errore: aprire agli jihadisti. Probabilmente l’errore della resistenza siriana è stato proprio questo, il fare affidamento su fazioni jihadiste sicuramente più forti ed esperte, ma in gran parte composte da miliziani stranieri, che hanno sì l’obiettivo far cadere il regime di Assad ma con lo scopo di imporre un’ideologia radicale ben lontana dal contesto sociale, culturale e religioso siriano che da sempre si basa sulla reciprocità e la tolleranza. I gruppi qaedisti sono pronti a trasformare la Siria in una nuova Somalia e a mettere in atto una guerriglia nei confronti dei loro oppositori, che si tratti di laici, cristiani, alawiti, curdi o sunniti che non condividono la loro ideologia ed è per questo che rifiutano qualunque tipo di soluzione politica; o stato islamico o guerra. È evidente nella dichiarazione dove fanno appello all’applicazione della legge islamica, unica fonte legislativa e priorità assoluta della rivoluzione a discapito degli interessi particolari dei vari gruppi.
I ribelli siriani erano ben consapevoli del fatto che prima o poi non soltanto le differenze ideologiche ma anche i diversi obiettivi avrebbero portato a uno scontro interno che avrebbe messo in serio pericolo la riuscita della rivoluzione stessa. Un “fine che giustifica i mezzi” che, in questo caso, sta compromettendo il fine stesso.
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