Venezuela caos, non solo problemi interni...




Il presidente ‘chavista’ Maduro, uomo del socialismo autoritario, e una opposizione spesso reazionaria e sospettabile di collusioni esterne. In mezzo le enormi riserve petrolifere del Paese e l’incredibile crisi economica, che ha ridotto gran parte della popolazione alla fame. Ieri, elezioni per la nuova Assemblea costituente voluta da Maduro e contestata dall’opposizione, disordini di piazza, altri morti e la minaccia Usa di sanzioni.



«Il paese con una delle più grande riserve di petrolio al mondo sull’orlo del collasso». Paradosso sottolineato dal britannico The Guardian. Dalla stampa internazionale alle strade venezuelane, è quasi inferno. Elezione di una nuova Assemblea Costituente voluta dal presidente Maduro e boicottata dall’opposizione, che la considera un tentativo di colpo di Stato. Colpo di Stato che il presidente ‘chavista’ Maduro imputa alle destre eversive sostenute dagli Stati Uniti che vogliono rovesciare una delle ultime esperienze di governo popolare e di sinistra in tutto il sud America.
Scontri in piazza, ucciso candidato alla Costituente
Tre i morti nelle proteste nelle ore delle operazioni di voto. Alle tre vittime nei cortei si aggiunge uno dei candidati all’Assemblea nazionale costituente, il 39enne Jose Felix Pineda Marcano, ucciso in casa sua a Ciudad Bolivar in un apparente tentativo di rapina, mentre un leader dell’opposizione, Ricardo Campos, 30 anni, è morto nella città di Cumana. Due adolescenti di 13 e 17 anni e un sergente della Guardia Nazionale uccisi nello Stato di Tachira. Oltre 110 i morti nell’ondata di proteste cominciate lo scorso 1° aprile: da allora sono centinaia i feriti e circa 5mila i fermati.
Le opposizioni e la guerriglia urbana
L’Assemblea costituente, che sarà composta da 545 membri, è chiamata a redigere una nuova Costituzione (la Carta ora in vigore era stata riscritta nel 1999, sotto Chavez) e a modificare l’ordinamento giuridico. L’opposizione teme che l’Assemblea costituente permetterà a Maduro di sciogliere il Parlamento, ora in mano all’opposizione, rimandare le elezioni (attualmente in programma per il 2018) e riscrivere le regole elettorali a vantaggio del suo schieramento. Per questo l’opposizione ha scelto di boicottare il voto con i disordini nella giornata elettorale nonostante il divieto.
Problemi economici
A scatenare la massiccia contestazione contro il governo di Maduro, mentre il Paese produttore di petrolio affronta anche i problemi economici legati al calo dei prezzi del greggio, è stata una sentenza della Corte suprema dello scorso 29 marzo, quando il tribunale annunciò che avrebbe assunto i poteri dell’Assemblea nazionale, controllata appunto dall’opposizione. Tre giorni dopo tornò sui suoi passi, ma quella decisione aveva ormai fatto da scintilla. Da aprile i manifestanti chiedono la destituzione della Corte suprema e la convocazione di elezioni anticipate per il 2017.

Torna il «cortile di casa» Usa

Alla viglia del voto indetto dal presidente Nicolas Maduro in Venezuela, per eleggere la nuova Assemblea costituente, è intervenuto Mike Pence. Il vice presidente degli Stati Uniti ha parlato al telefono con Leopoldo Lopez, leader dell’opposizione venezuelana che, dopo una condanna a 13 anni di reclusione, è al momento agli arresti domiciliari. Gli Stati Uniti «sono al fianco del popolo venezuelano», la frase di circostanza ma di contenuto politico. Un modo per dire che il nord America assieme ad altri Paesi del sud,  non riconoscerà la validità del voto per la Costituente.
Torna l’ombra della Cia
Con questa difficili elezioni venezuelane gli Stati Uniti tornano ad occuparsi di America Latina, il vasto «cortile di casa». Già il 20 luglio il capo della Cia, Mike Pompeo, in un forum sulla sicurezza ad Aspen in Colorado, aveva dichiarato: «Speriamo ci possa essere una transizione in Venezuela e alla Cia stiamo facendo il nostro meglio per capire le dinamiche locali. Sono stato a Bogotà e in Messico e ho evocato il tema della transizione politica in Venezuela, cercando di aiutarli a capire cosa potrebbero fare per ottenere risultati migliori in questo angolo di mondo».
Stati Uniti ufficialmente interventisti
Donald Trump, dopo aver dichiarato che «gli Stati Uniti non staranno ad aspettare che il Venezuela si sgretoli» ha immediatamente implicato che partiranno delle sanzioni che, è facile prevedere, colpirebbero secondo Reuters il settore energetico, settore vitale in quanto il Venezuela è uno dei maggiori esportatori di petrolio al mondo e con le più grandi riserve internazionali, e la sua economia si basa sui ricavi dell’export, come ben sa sempre Pompeo, il quale ha grossi interessi in quel campo, per non parlare del segretario di Stato Tillerson, già a capo della ExxonMobil...

(RemoContro)

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