Brasile, ma anche Venezuela e Argentina: l'economia del sudamerica è stremata dal perenne caos politico...




Un uomo dorme di fronte a degli sportelli ATM in Paulista Avenue, al centro di San Paolo REUTERS/DAMIR SAGOLJ



di  


La situazione in Brasile sta precipitando di ora in ora. Il Paese potrebbe assistere al secondo impeachment nel giro di un anno: il presidente Michel Temer infatti, dopo aver ordito per l’allontanamento dell’ex presidente Dilma Rouseff è oggi a sua volta sul banco degli imputati.
Intanto la tensione sociale continua a salire: migliaia di manifestanti hanno invaso le piazze e messo a ferro e fuoco la capitale, con l’esercito costretto ad intervenire con la mano pesante e i palazzi della politica evacuati.
Il drammatico caos politico impedisce al Paese di rialzare la testa dopo due anni di profonda recessione. Il Brasile, come i suoi vicini sudamericani avrebbe enormi potenzialità, ma senza una guida stabile è condannato alla crisi perenne.
Questo discorso vale anche per l’Argentina e per il Venezuela che, anche se con situazioni molto diverse, dimostrano quanto sia importante il ruolo della politica in un Paese che ha bisogno di fare le riforme e mettere così a frutto le proprie potenzialità. Si tratta di Paesi “liberi”, che non fanno parte di una confederazione di Stati che "rubano sovranità al popolo", che non devono sottostare a regole scritte altrove, che hanno una propria moneta, ma hanno comunque un piede perennemente nella fossa. Avere una classe politica con le mani libere non serve a niente se sono sporche o semplicemente incapaci.

Brasile


La protagonista indiscussa della politica brasiliana è senza dubbio la corruzione. Nell’agosto del 2016 l’ex presidente Dilma Rousseff è stata definitivamente allontanata dal Governo di Brasilia dopo il voto favorevole del Senato. La presidente Rousseff è stata travolta dalle accuse di aver manipolato illecitamente i conti pubblici brasiliani per tornare nuovamente alla guida del Paese con le elezioni del 2014. Ma la popolarità della presidente era crollata a causa della grave crisi economica del Paese e della serie di scandali di corruzione che hanno interessato il colosso petrolifero Petrobras e travolto numerosi membri del parlamento accusati di aver intascato tangenti.
Chiuso il regno del Partito dei Lavoratori - che ha governato il Paese prima con Lula e poi con Rousseff per 13 anni - si è aperta la fase di transizione guidata dal presidente ad interim Temer che sarebbe dovuta finire con la scadenza del mandato prevista per il 2018.
Ma il Brasile non ha pace. E così il Paese è nuovamente scosso dal caos politico provocato dalle accuse di corruzione mosse verso il nuovo presidente. Temer è stato incastrato da una registrazione che prova il suo assenso al pagamento di tangenti. Così il Tribunale Supremo Federale, l’ha incriminato per tre reati: corruzione passiva, intralcio alla giustizia e associazione a delinquere.
Secondo gli osservatori politici brasiliani il Paese si avvia verso il suo secondo impeachment nel giro di un anno. Un caos politico che non fa per niente bene all’economia del Paese. Dopo due anni di profonda recessione il Brasile ha un disperato bisogno di ripulire la classe dirigente e fare le riforme per spingere la produttività a la crescita. Le potenzialità del Paese non possono essere messe a frutto se non c’è nessuno in grado di governare.
La crisi istituzionale pesa sui mercati e sugli operatori. Nei giorni scorsi anche l’agenzia di rating internazionale Fitch ha confermato il giudizio “BB” sul Brasile con outlook negativo, evidenziando le “continue incertezze sulle prospettive di ripresa dell'economia, sulla stabilizzazione del debito pubblico nel medio termine e sul progresso dell'agenda legislativa”.
Nel primo trimestre del 2017 il Brasile ha registrato un afflato di crescita. Dopo un PIL crollato del 3,8% nel 2015 e del 3,5% nel 2016, la stima per il 2017 indica una lieve crescita dello 0,5%, ma gli operatori si affrettano a precisare che in contesto istituzionale così difficile i rischi al ribasso sono dietro l’angolo.

Venezuela


Un discorso simile può essere fatto per il Venezuela, altra grande economia del Sudamerica che non trova pace. Fino ad oggi il presidente Nicolas Maduro ha onorato le scadenze dei debiti scongiurando il default del Paese. Le prossime importanti scadenze sono a ottobre e novembre quando il Venezuela dovrà pagare 3,5 miliardi di dollari. Una dichiarazione di default – come quella fatta dall’Argentina nel 2001 – segnerebbe la fine della politica e dell’economia chavista, di cui Maduro dopo l’ex presidente Hugo Chavez è fiero rappresentante.
Le scadenze comunque sono lontane, c’è tempo quindi per fare le riforme e mettere in carreggiata il Paese sempre più stretto nella morsa della crisi oppure per riportarlo sull’orlo del fallimento. Purtroppo la situazione politica sembra condurre il Paese sulla secondo soluzione, senza via di fuga.
Per farla breve il primo maggio scorso il presidente Maduro ha annunciato la creazione di un’Assemblea costituente del popolo per riformare la struttura giuridica dello Stato. Ipotesi che ha acceso gli animi delle opposizioni che parlano di un tentativo di distruggere la Costituzione da parte di un Governo stremato dalla crisi economica e dalla rabbia sociale. In Venezuela si stanno creando le condizioni per una crisi politica irrisolvibile che potrebbe trascinarsi per diversi anni paralizzando ancora di più l’economia del Paese.

Argentina


La maggior stabilità politica dell’Argentina, al momento, non è comunque stata in grado di dare i risultati sperati. Nel novembre 2015 il candidato liberale di centrodestra, sindaco di Buenos Aires, Mauricio Macri, ha vinto il ballottaggio per l’elezione del nuovo presidente.
Macrì aveva di fronte a sè una sfida davvero impegnativa: riportare in carreggiata un Paese in crisi economica da ormai troppi anni. Dopo il disastroso fallimento del 2001 la famiglia Kirchner ha guidato l’Argentina per gli ultimi 12 anni cercando ri ripartire facendo affidamento sui prezzi alti delle materie prime agricole di cui il Paese è tra i principali fornitori.
Ma la politica dei Kirchner presentata come keynesiana non ha fatto altro che peggiorare la situazione. L’aumento della spesa pubblica argentina, infatti, con le assunzioni di massa e gli assegni di mantenimento è riuscita ad abbassare il numero dei poveri, esploso a causa del fallimento del Paese, ma questa politica interventista del Governo ha portato al deterioramento dei conti pubblici e al ritorno della recessione. Kirchner ha messo in campo politiche inadeguate che hanno portato allo scoppio dell’inflazione e al totale isolamento dell’Argentina.
L’attuale presidente Macrì fino dai primi giorni del suo insedimento ha fatto scelte economiche di rottura soprattutto per quanto riguarda il commercio – riducendo le tasse sull’esportazione dei prodotti primari – il cambio euro-dollaro e la spesa pubblica – con forti tagli ai sussidi pubblici e ai dipendenti statali. Dopo tanti anni di politiche sbagliate, è arrivato il momento di fare le riforme lacrime e sangue che, forse alla lunga, faranno bene all’economia, ma sul momento danneggiano i cittadini e erodono il consenso politico dell’esecutivo.
A più di un anno dall’insedimento di Macri, il panorama economico argentino mostra qualche sintomo di miglioramento, ma la svolta annunciata dal Governo liberale ancora non si vede. Anche se la caduta dell’attività economica è rallentata sul finire del 2016, l’anno ha chiuso con cifre al di sotto delle aspettative per quanto riguarda consumi, industria, costruzioni e investimenti. In questo contesto la recessione brasiliana non è certamente d’aiuto: il crollo delle esportazioni di manufatti industriali argentini verso il vicino di casa è un ulteriore problema per il presidente Macrì.

Il caos della politica che pesa sull’economia


La situazione delle tre grandi economie del sudamerica dimostra quando sia cruciale il ruolo della classe politica di un Paese. Ricchi di materie prime preziose e con una moneta propria, questi Paesi sono da anni in balìa di Governi incompententi, nel migliore dei casi, o corrotti e ladri, nel peggiore. Fatto sta che vivono in perenne recessione passando da una crisi economica all’altra, con cambio continuo di presidente, povertà alle stelle, tensione sociale, guerriglia urbana con morti e feriti, in un circolo vizioso dal quale sembre difficile uscire.
La lezione del sudamerica dovrebbe arrivare forte e chiara in Europa dove, per i problemi dell’economia dei Paesi più fragili, vengono accusate forze esterne: dall’UE, all’euro passando per la BCE e tutte le autorità internazionali. Il segreto non sta nell'avere le mani libere, ma nell'averle pulite...


Per contattare l'editor di questa storia: Giovanni De Mizio g.demizio@ibtimes.com
(International Business  Times)

Commenti

UNA SCUOLA PER ATMA

Post più popolari