Il mondo nella morsa delle crisi umanitarie...






Disastri naturali e scontri di potere, milioni di persone colpite da una natura che periodicamente ci ricorda quanto sia importante preservare i delicati equilibri degli ecosistemi e tante, troppe vittime innocenti cadute sotto le bombe o costrette ad abbandonare la loro casa per salvarsi. È la fotografia di un mondo in condizioni precarie quella che emerge dall’appello dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari ( UNOCHA), l’istantanea di una realtà che deve fare i conti con una sfida difficile e per molti versi nuova, perché in tema di crisi umanitarie l’emergenza non è mai stata così drammaticamente tangibile dai tempi del secondo conflitto mondiale.
Nella sua Global humanitarian review 2017, che riprende alcuni dei risultati raggiunti nel corso del 2016 e lancia l’appello per la raccolta dei fondi necessari a finanziare le attività dell’anno prossimo, l’UNOCHA presenta un quadro a tinte cupe, in triste continuità con gli scenari delineati nel precedente appello: allora come oggi, le Nazioni Unite chiamavano all’intervento immediato negli ambiti più vari, ricordando le tante difficoltà da affrontare ma anche l’impegno senza sosta delle organizzazioni e degli operatori umanitari. 125,3 milioni le persone che necessitavano di assistenza, 87,6 milioni quelle che avrebbero dovuto ricevere aiuto, 37 i Paesi coinvolti, 20,1 miliardi di dollari le risorse richieste: queste le cifre – crude e crudeli – della Global humanitarian review del 2016, suscettibili peraltro di revisioni al rialzo in corso d’opera.
Nel corso dell’anno, la generosità non è mancata: a fronte di appelli per 22,1 miliardi – dunque 2 miliardi in più rispetto a quanto originariamente stimato – i donatori hanno garantito risorse complessive per 11,4 miliardi, rendendo possibili interventi da cui hanno tratto beneficio 96,2 milioni di persone di 40 diversi Paesi. Così, è stato possibile garantire l’indispensabile assistenza alimentare al 73% della popolazione haitiana maggiormente colpita dagli effetti dell’uragano Matthew, 1,18 milioni di siriani hanno ricevuto sostegno e protezione di vario tipo, 1,2 milioni di bambini sudanesi hanno potuto usufruire di adeguata assistenza medica, più di 9500 piccoli sono stati vaccinati a Mosul – dove imperversava il sedicente Stato islamico – contro il morbillo e la poliomielite, 30.000 litri d’acqua sono stati distribuiti giornalmente agli sfollati di alcune aree della Somalia, 11.271 migranti che cercavano di raggiungere l’Europa sono stati salvati nelle acque libiche.
La situazione in Afghanistan è però ancora assai difficile, la crisi politica in Burundi ha determinato una crescita esponenziale della popolazione che necessita di assistenza, centinaia di migliaia di persone continuano ad abbandonare il Sud Sudan, in Siria e Yemen si continua a morire, la stabilità per l’Iraq è solo un miraggio, nell’Africa meridionale il fenomeno climatico El Niño ha causato un deficit produttivo di 9,3 milioni di tonnellate nelle coltivazioni cerealicole e provocato periodi prolungati di penuria di risorse idriche. Per questo, i numeri per il 2017 rimangono impressionanti: sono 128,6 milioni le persone che avranno bisogno di aiuto nel corso del prossimo anno, e tra queste 92,8 milioni dovrebbero ricevere sostegno, ma perché ciò avvenga bisognerà mobilitare risorse per un ammontare complessivo di 22,2 miliardi di dollari, cifra incredibilmente più rilevante dei 2,7 miliardi richiesti con i primi appelli lanciati nel 1992. L’emergenza più grave è quella della Siria: i programmi di supporto mirano a fornire assistenza umanitaria a 12,8 dei 13,5 milioni di siriani che si trovano in condizioni di necessità, ma per rendere tutto questo possibile occorreranno circa 8 miliardi di dollari. In uno Yemen dilaniato dalla guerra civile, l’obiettivo è di sostenere oltre 10 milioni di persone fornendo cibo e acqua, garantendo l’assistenza sanitaria e ripari di emergenza, ma serviranno 1,9 miliardi di dollari; mentre per la Nigeria infestata dai miliziani di Boko Haram dovrà essere raccolto un miliardo di dollari per alleviare le sofferenze di quasi 7 milioni di individui.
Sarà possibile raggiungere gli obiettivi prefissati? L’impresa non è delle più agevoli. Secondo le statistiche aggiornate al mese di novembre, considerando anche i 9 miliardi di fondi raccolti al di fuori degli appelli umanitari, la cifra complessiva per l’assistenza ha raggiunto nel corso del 2016 i 20,4 miliardi di dollari, ma se si prendono in considerazione esclusivamente le risorse allocate attraverso i Piani di risposta umanitaria e i Piani regionali di risposta per i rifugiati, la cifra è quella già citata di 11,4 miliardi, ben 10,7 in meno rispetto a quelli ritenuti necessari per il 2016: un gap che non lascia ben sperare. Inoltre, come è stato rilevato in un articolo pubblicato sul Washington Post, l’appello è stato lanciato in un momento in cui i principali donatori – gli Stati Uniti su tutti – sembrano essere intenzionati a ‘chiudersi’ e guardare con maggiore attenzione al loro interno piuttosto che altrove. Del resto, in campagna elettorale Donald Trump ha dichiarato che Washington dovrebbe smettere di fornire aiuti ‘a quei Paesi che ci odiano’, utilizzando quel denaro per ‘ricostruire i nostri tunnel, le nostre strade, i nostri ponti e le nostre scuole’.
Il percorso appare dunque in salita, e sarà necessario un grande sforzo per intervenire su quei bisogni che, nell’80% dei casi, derivano da conflitti generati dall’uomo e per questo sono evitabili. A ulteriore riprova di quanto l’umanità sappia essere la peggiore nemica di sé stessa...

(Atlante)

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