#FidelCastro e #CheGuevara uniti per sempre nella storia...




Il lider maximo cubano e il combattente argentino: la lotta in favore dei latinoamericani oppressi



Fidel e il Che. Due icone della rivoluzione.
Il primo, il medico argentino, morto giovane in Bolivia ucciso dai militari di La Paz e diventato un'icona della rivoluzione. Il secondo il leader focoso, che ha giofato il paese e poi si è ritirato (ma non del tutto) dalla vita politica attiva per morire nel suo tetto a 90 anni.
Insieme per dieci anni nella vita. Insieme per sempre nella storia.
Il profondo sodalizio fatto di sogni e di ideali che legò la vita di Fidel Castro e di Ernesto "Che" Guevara. Prima compagni d'armi a capo dei "barbudos", poi spalla a spalla nel governo della rivoluzione di L'Avana, fino alla lettera d'addio del Comandante, che lasciò l'incarico di ministro e Cuba nel 1965 per inseguire altri sogni di rivoluzione in Sudamerica e trovare la morte in Bolivia nel 1967. 


1955 Fidel Castro, dopo il fallimento dell'attacco alla Caserma della Moncada per rovesciare Batista, il 26 luglio 1953, arrestato e condannato a 15 anni di carcere, viene amnistiato dopo 22 mesi. Così va in esilio, prima negli Usa e poi in Messico. Qui incontra Ernesto "Che" Guevara e inizia la riorganizzazione di un piccolo esercito ribelle.
1956 Il 2 dicembre Fidel Castro sbarca a Cuba con il Che, il fratello Raul e altri 78 rivoluzionari a bordo del Granma, uno yacht male equipaggiato: il loro soprannome è barbudos. Sbaragliato dalle truppe di Fulgencio Batista, si rifugia con una ventina di sopravvissuti nella Sierra Maestra. Servono due anni di guerriglia per mettere alle corde il dittatore.
1959 L'8 gennaio, sette giorni dopo la fuga di Batista, Fidel Castro entra trionfalmente a L'Avana: è la vittoria della rivoluzione. Il 16 febbraio assume l'incarico di primo ministro e capo delle forze armate. A Guevara il dicastero dell'Industria.
1965 Il 3 ottobre Fidel Castro crea il Partito comunista e legge la lettera di commiato di Che Guevara dal Paese.

L'Avana, Anno dell'agricoltura [31 marzo 1965]
 
Fidel, mi ricordo in questa ora di molte cose, di quando ti conobbi in casa di Maria Antonia, di quando mi proponesti di venire, di tutta la tensione dei preparativi.
Un giorno passarono a chiedere chi si doveva avvisare in caso di morte e la possibilità reale del fatto ci colpì tutti. Poi scoprimmo che era vero, che in una rivoluzione si vince o si muore (se è vera). Molti compagni sono caduti lungo il cammino verso la vittoria. Oggi tutto ha un tono meno drammatico perché siamo più maturi, ma il fatto si ripete. Sento di aver compiuto la parte del mio dovere che mi legava alla rivoluzione cubana nel suo territorio, e mi congedo da te, dai compagni, dal tuo popolo, che ormai è il mio.
Rinuncio formalmente ai miei incarichi nella direzione del partito, al mio posto di ministro, al mio grado di comandante, alla mia condizione di cubano. Nulla di legale mi unisce a Cuba, solo vincoli di altra natura, che non si possono rompere con le nomine. Facendo un bilancio della mia vita passata, credo di aver lavorato con sufficiente lealtà e dedizione per consolidare il trionfo della rivoluzione. Il mio unico errore di una certa gravità è stato di non aver avuto maggiore fiducia in te fin dai primi momenti della Sierra Maestra e di non aver compreso con sufficiente rapidità le tue qualità di dirigente e rivoluzionario.
Ho vissuto giorni meravigliosi e al a tuo fianco ho provato l'orgoglio di appartenere al nostro popolo nei giorni luminosi e tristi della crisi dei Caraibi. Poche volte come in quei giorni uno statista ha brillato tanto; e sono orgoglioso anche di averti seguito senza esitazioni, identificandomi con la tua maniera di pensare, di vedere e di valutare i pericoli e i princìpi. Altre terre del mondo reclamano il contributo dei miei modesti sforzi. Io posso fare ciò che a te è negato per le tue responsabilità alla direzione di Cuba, ed è giunta l'ora di lasciarci. Si sappia che lo faccio con un misto di allegria e di dolore; qui lascio la parte più pura delle mie speranze di costruttore e i più cari tra i miei cari...e lascio un popolo che mi ha accolto come un figlio: ciò lacera una parte del mio spirito. Sui nuovi campi di battaglia porterò la fede che mi hai inculcato, lo spirito rivoluzionario del mio popolo, la sensazione di compiere il più sacro dei doveri: lottare contro l'imperialismo ovunque esso sia; ciò riconforta e cura ampiamente qualsiasi lacerazione.
Ripeto ancora una volta che libero Cuba da qualsiasi responsabilità, tranne quella che emana dal tuo esempio. Che se l'ora definitiva mi raggiungerà sotto altri cieli, il mio ultimo pensiero sarà per questo popolo e specialmente per te. Che ti ringrazio per i tuoi insegnamenti ed esempio e che cercherò di essere fedele sino alle estreme conseguenze dei miei atti. Che mi sono sempre identificato con la politica estera della nostra rivoluzione e che continuo a farlo. Che ovunque andrò, sentirò la responsabilità di essere un rivoluzionario cubano e come tale agirò. Che non lascio a miei figli e a mia moglie niente di materiale, ma ciò non mi preoccupa e mi rallegro che sia così. Che non chiedo nulla per loro, perché lo Stato darà loro quel che è sufficiente per vivere ed istruirsi. Avrei molte cose da dire a te e al nostro popolo, ma sento che non sono necessarie: le parole non possono esprimere ciò che vorrei e non vale la pena di imbrattare altra carta.
Fino alla vittoria sempre. Patria o Morte!
 
Ti abbraccio con tutto il fervore rivoluzionario.
 
Che

(Globalist)

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