Il canto universale di migranti alla ricerca di una terra promessa...




Continuano a sbarcare alla ricerca di una vita migliore. Non sanno che troveranno anche muri e menti spinate.



Giancarlo Governi

Ho visto un barcone della Marina italiana piena zeppa di gente, vestita di rosso, che avevano raccolto in mare. Il rosso mi ha fatto pensare a un costume tribale poi, quando si sono avvicinati, mi sono reso conto che erano giubbotti di salvataggio. Cantavano… per associazione di idee ho pensato ai nostri emigranti dell’inizio del secolo scorso, quelli a cui veniva dato il “passaporto rosso”, che cantavano “Partono i bastimenti per terre assai lontane/ cantano a bordo e so’ napoletani…” Un canto triste e di paura per gente che sa di andare verso l’ignoto.


Questo invece sembra un canto allegro di uomini e donne felici di essere arrivati alla “terra promessa”, dopo essersi venduto tutto per pagare i trafficanti che gli hanno dato il passaggio, dopo aver affrontato la morte nella traversata dove certamente hanno visto morire i loro compagni, e ora si trovano davanti persone gentili che li hanno fatti salire in una imbarcazione sicura, gli hanno dato il giubbotto di salvataggio, si stanno prendendo cura di loro, ascoltano i loro racconti drammatici, li visitano, gli mettono addosso panni asciutti e puliti, li hanno rifocillati e curati. Sono entrati nel paradiso terrestre, finalmente hanno raggiunto la terra promessa dove troveranno casa lavoro benessere e dignità, lontano dalle guerre, dalle stragi, dalle carestie.

Non sanno che tutto finirà dopo pochi giorni poi troveranno muri, ghetti in forma di accampamenti dove si vive in condizioni sub umane, luoghi dove fanno posti di blocco per respingerli, preti che, sordi agli appelli di Papa Francesco, minacciano di bruciare la canonica pur di non dare loro ospitalità. Insomma si renderanno conto ben presto che la terra promessa non l’hanno trovata, rimane una promessa. Per ora e forse per sempre.

In un paese vicino a Ferrara hanno respinto 20 profughi, 11 donne e 9 bambini.... hanno fatto le barricate e i blocchi stradali per respingerli. Una donna ha detto "se veramente sono donne e bambini potremmo accoglierli". Un uomo duro ha risposto: "Noi non accogliamo nessuno, anche perché dentro quell’ostello c'è il bar e poi noi dove andiamo a prendere il caffé... c'è disagio".

Quel signore tornerà tranquillamente a prendere il caffè in quella struttura e non si preoccuperà mai di sapere che fine hanno fatto quelle 11 donne e quei 9 bambini, ma l’inferno intorno a lui continuerà e prima o poi finirà per travolgere anche il suo blocco stradale, le sue barricate morali.

Veniamo al dunque. L’Italia è paese di frontiera (come lo è la Grecia e come potrebbe essere anche la Spagna) e quindi non può essere lasciata sola, perché rischia la dissoluzione sociale e la rottura fra chi si rende conto che non si può stare con le mani in mano e chi invece rifiuta a prescindere di aprire gli occhi e si chiude a riccio a difesa del bar dove deve andare a prendere il caffè.

La migrazione è inevitabile e non possiamo opporci, ma deve essere regolamentata attraverso un piano in cui tutti i paesi dell’Unione devono fare la loro parte. Anche perché questo non è un fenomeno passeggero ma è certamente destinato a durare nei prossimi decenni e aumenteranno i disperati che qui da noi credono di trovare la terra promessa...

(Globalist)

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