Dopo la Crimea "zar Putin" guarda ai gasdotti dell'Est...





Non per essere brutali ma, a meno di eventi prodigiosi, la Crimea è andata. Nel senso che Vladimir Putin ha fatto la sua mossa e la penisola, abitata al 65% da russi e porto sicuro per la Flotta russa del Mar Nero, è uscita dal controllo di Kiev ed è tornata, sessant’anni esatti dopo la decisione di Kruscev di aggregarla all’Ucraina, sotto quello di Mosca. Non sarà necessaria l’occupazione militare e nemmeno un’integrazione territoriale vera e propria. Basterà insediare un Governo di boiardi locali, come nell’Ossetia del Sud o in Abkhazia, entrambe scippate alla Georgia. Ma la cosa è più o meno fatta.

La vera domanda, oggi, è un’altra. Vista la pochezza politica degli Usa e dell’Unione Europea, e l’avventatezza del Governo ucraino inevitabilmente succube della piazza, il Cremlino si accontenterà della Crimea? A Putin non verrà in mente, ora che ne ha l’occasione, di staccare anche il resto dell’Ucraina russofona e russofila, quella che va da Kharkov (Nord) a Kerson (Sud) passando per Donetsk e Dnepropetrovsk? Certo, il boccone è ghiotto. In queste grandi città si sono avute in questi giorni diverse manifestazioni pro-russe, e d’altra parte stiamo parlando delle province in cui, nel 1991, il referendum per l’indipendenza dell’Ucraina dall’Urss ebbe la quota più bassa di sì. L’economia della regione, che ha i pilastri nell’industria mineraria e in quella metallurgica, è tipicamente post-sovietica e sarebbe facilmente integrabile in quella russa. Soprattutto se dicono il vero certi studi, come quello della Fondazione Schumann, secondo cui i capitali russi già controllano a livello finanziario circa due terzi delle attività economiche dell’Ucraina. Assorbire in qualche modo la parte Est del Paese completerebbe il già ricco arsenale delle materie prime che Putin ha sempre messo a garanzia della solidità economica come della potenza politica, a partire da gas e petrolio.

E proprio parlando di gas: tra Kharkov e Donetsk si trova lo snodo fondamentale dei gasdotti russi che, un migliaio di chilometri più a Ovest, sboccano nell’Europa comunitaria, che da essi trae il 25% del proprio fabbisogno. I nuovi gasdotti Northern Lights e South Stream, che passano sopra e sotto l’Ucraina, neutralizzano in parte l’importanza dei rifornimenti che scorrono sul suo territorio. Il che, però, si risolve per Kiev in una minaccia ancor più grave: la Russia potrebbe aprire e chiudere il rubinetto senza dover lasciare a secco l’Europa ma mirando al petto della sola Ucraina.

Putin, però, è cinico e duro ma non precipitoso né ingenuo. In queste ore, quindi, starà forse considerando altri fattori. Intanto, la parte Est dell’Ucraina è troppo grande e importante per essere affidata a qualche plotone e a mezze figure raccattate in loco: bisognerebbe annetterla e di fronte a tanto persino Obama e l’Unione Europea potrebbero avere un colpo di reni. Secondo: la parte russofona è anche la parte industrializzata ed economicamente decisiva dell’Ucraina. Se si producesse una simile frammentazione, la parte Ovest si troverebbe ricca solo di debiti. Un’emergenza forse anche umanitaria, visto che già ora il Governo di Kiev ha bisogno di almeno 25 miliardi di euro l’anno di aiuti, per almeno due anni, e solo per stare in piedi. Converrebbe alla Russia costruirsi ai "confini" un simile problema?

Infine: quali sarebbero le conseguenze sui corposi investimenti russi all’estero, in Europa e negli Usa? Sanzioni? Congelamento dei beni? Quanto costerebbe una tale mossa alle casse del Cremlino? Poiché i calcoli politici hanno prodotto un disastro politico, non ci resta che sperare nel computo degli interessi. E nella calcolatrice.

Fulvio Scaglione
(Avvenire.it)

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