Violenze e diritti umani negati, le storie dei migranti nell’hotspot di Lampedusa...
Il centro hotspot dell'isola, in pessime condizioni da anni, è stato chiuso il 13 marzo, ma sembra che vi siano alloggiate ancora 70 persone, tra cui due famiglie e bambini.
di Marta Perroni
L’hotspot di Lampedusa è stato temporaneamente chiuso il 13 marzo 2018, ma sembra che all’interno siano ancora presenti circa 70 persone, compresi alcuni nuclei familiari già avviati alla procedura di richiesta di asilo.
La campagna LasciateCIEntrare e l’associazione Borderline Onlus Sicilia avevano denunciato, lo scorso 8 marzo, atti di violenza da parte di alcuni membri delle forze dell’ordine durante un tentativo di sedare una protesta.
“Un giovane migrante recluso nel centro, dopo aver compiuto l’ennesimo gesto autolesionista ingerendo una lametta, è stato selvaggiamente picchiato dalla polizia”, avevano riferito le associazioni.
Ma il gesto disperato e la repressione violenta che hanno portato alla chiusura del centro sono solo il risultato di una situazione ormai insostenibile.
“Le condizioni del centro da un punto di vista igienico e strutturale sono apparse appena dignitose con una serie di carenze evidenti (bagni poco puliti e non riscaldati, dormitori stipati di letti con poco spazio rimanente per muoversi) […] Non ci sono spazi comuni né è prevista alcuna attività per i migranti ospitati, i quali rimangono nei dormitori o passano il tempo vagando all’interno della struttura”.
Era quello che riferiva la Commissione Diritti Umani già nel 2015 sul centro hotspot di Lampedusa nel “Rapporto sui centri di identificazione ed espulsione” a ridosso dell’imposizione da parte della Commissione Europea del “metodo hotspot” per la gestione dei flussi migratori straordinari.
E, in tre anni, la situazione non è cambiata.
“All’interno dell’Hotspot, dove al momento sono presenti oltre 150 persone, non sono rispettati i requisiti minimi igienico-sanitari e gli standard minimi previsti per l’accoglienza con gravissima esposizione di tutti coloro che sono presenti a rischi all’incolumità psicofisica e a gravissimi danni alla salute e all’integrità personale.
Tali condizioni gravi sono note da tempo e si sono notevolmente aggravate a causa dell’incendio divampato nella notte di ieri 8 marzo 2018”, si legge nell’esposto rivolto al prefetto di Agrigento e al direttore sanitario di Palermo da parte degli avvocati della Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili (CILD) che avevano infine richiesto la chiusura del centro...
(The Post Internazionale)












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