Quando i profughi di guerra l’Europa li produceva in casa...
Emergenza migranti in Europa oggi? Nel 1926 dieci milioni di europei risultavano profughi. Un milione e cinquecentomila attraversarono il mar Nero in direzioni opposte tra Grecia e Turchia. Trecentomila tra Grecia e Bulgaria. Due milioni di polacchi, due milioni tra russi e ucraini, un milione di tedeschi, duecento cinquantamila ungheresi e altrettanti baltici.
Per gli storici, l’attuale emergenza umanitaria creata dalla massa di profughi in fuga dai molti conflitti mediorientale, è la più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale. Lo confermano i numeri, dicendoci però che negli anni tra le due guerre mondiali l’Europa visse molto di peggio. Esodi di massa da alcune regioni per motivi politici, razziali o religiosi. L’Europa tra la fine della prima guerra mondiale e la seconda catastrofe bellica europea. Nel 1920, scomparsi i quattro imperi plurinazionali erano stati ridisegnati i confini di nuovi stati senza risolvere però la questione delle minoranze interne. Certo, prima del 1914 gli europei governati da una potenza straniera erano ben sessanta milioni. Dopo il 1919 divennero ‘solo’ venticinque milioni, ma ciò non bastò a risolvere la questione degli Stati nazione.
Una ulteriore revisione delle frontiere dopo il 1919 era ritenuta fuori discussione e l’assetto di Versailles sarebbe rimasto tale per vent’anni rivelandosi però una costruzione poco solida: oltre all’emigrazione o allo scambio forzato di popolazioni, la terza soluzione poteva essere costituita da un regime nazionale e internazionale di tutela delle minoranze, ma – per la debolezza dei nuovi stati – se ne temette che ciò si potesse trasformare in un fattore di instabilità interna. Quarta soluzione (mai sostenuta apertamente) fu quella della pulizia etnica, dell’espulsione forzata di popolazioni, che fortunatamente avvenne in non troppi casi gettando comunque una luce sinistra sul futuro prossimo dell’Europa. Espulsione di popolazioni e discriminazione per i rifugiati arrivati da stati sconfitti o ritenuti nemici.
I numeri della situazione sono spaventosi. Nel 1926 dieci milioni di europei risultavano profughi. Un milione e cinquecentomila attraversarono il mar Nero in direzioni opposte, tra Grecia e Turchia. Gli scambi di popolazione tra Grecia e Bulgaria riguardarono trecentomila persone. Si spostarono due milioni di polacchi, due milioni tra russi e ucraini, un milione di tedeschi, duecento cinquantamila ungheresi e altrettanti baltici. Sebbene queste cifre potrebbero sembrare oggi semplicistiche, resta il fatto che la Società delle Nazioni – il modello delle future Nazioni Unite – lavorò per un decennio su questi temi. In questo contesto nasce il cosiddetto ‘passaporto Nansen’, concesso a rifugiati, perseguitati o apolidi all’inizio degli anni venti, con la conclusione della guerra civile in Russia.
L’esploratore norvegese Fyodor Nansen, alto commissario per i profughi della Società delle Nazioni, premio Nobel per la pace nel 1938, ottenne infatti che il documento fosse riconosciuto da più di cinquanta stati consentendo ai profughi di muoversi in Europa con uno status riconosciuto. I primi a beneficiare del documento per raggiungere altre destinazioni furono profughi russi tra i quali Marc Zakharovich Chagall, Igor Fyodorovich Stravinsky o Sergei Vasilievich Rachmaninoff. Meno noto che anche l’ungherese Endre Friedman (più noto in seguito come Robert Capa), che raggiunse la Francia con un tale documento. Oltre ai russi beneficiarono delle garanzie concesse dal documento anche turchi, armeni e assiri. Forse meno del dieci per cento dei profughi ottenne l’agognato passaporto, ma si trattava comunque di un documento riconosciuto a livello internazionale senza il quale non avrebbero potuto raggiungere le loro mete...
(RemoContro)











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