Somalia: come si esce dalla guerra civile permanente?...
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La Somalia, splendido paese sul Corno d'Africa ed ex colonia italiana, è devastata da una guerra civile permanente che va avanti ormai dal 1991: con le elezioni del settembre 2012 e la salita al potere del presidente Hassan Sheikh Mohamoud, con l'instaurazione di un governo definito dai più “stabile”, il paese sembrava poter uscire dalla guerra civile e ritornare alla normalità ma sembra in realtà che sia stato tutto un illusione.
Il 9 dicembre scorso un alto ufficiale dei servizi segreti somali, Abdullahi Mohamed Gardhub, è morto dopo che la sua auto è stata fatta saltare in aria sulla strada principale della capitale Mogadiscio, Makka al-Mukarama. Appena pochi giorni prima, il 3 dicembre, la giornalista somala Hindia Haji Mohamed, reporter per Radio Mogadishu e della Somali National TV, moriva nell'esplosione della sua auto. Nel 2012 aveva perso il marito, anch'egli giornalista, in un attacco suicida messo a segno dagli Shabaab. Negli ultimi cinque anni ben 25 giornalisti sono morti in Somalia a causa del lavoro che svolgevano, morti che si aggiungono al tragico elenco di tanti altri reporter.
Ancora oggi una targa di metallo all'ingresso della redazione della Rai a Nairobi, nel vicino Kenya, ricorda il sacrificio per la verità fatto da Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, un sacrificio sin qui vano e che non ha prodotto altro che ulteriori ingiustizie, come la carcerazione per 16 anni di Hashi Omar Hassan, oggi tornato in Somalia da uomo libero e innocente.
È questo, purtroppo, il quadro generale che bisogna tenere a mente quando si cerca di comprendere la difficile realtà somala: il paese della stella a cinque punte, che rappresentano le cinque zone in cui è divisa la somalia, è oggi spaccato in cinque differenti realtà molto diverse tra loro. A Nord Somaliland e Puntland (in disputa per il controllo di un piccolo territorio a cavallo tra le due zone) sono zone ritenute dai più “ Shabaab free”, libere dal gioco fondamentalista islamico di al-Shabaab, ex-signori della guerra divenuti islamisti radicali più per convenienza che credo religioso ma che oggi controllano quasi capillarmente il resto del territorio somalo a sud del Corno d'Africa.
Un tempo affiliati ad al-Qaeda, gli islamisti somali hanno giurato fedeltà al Califfo del Daesh in seguito ad una riunione dei vertici Shabaab tenutasi a fine luglio a Jilib, località poco a nord di Chisimaio, 600 chilometri a sud di Mogadiscio. Oggi la Somalia è un territorio decisamente pericoloso: sempre più spesso persino i delegati delle Nazioni Unite che arrivano a Mogadiscio vengono tenuti nel compound dell'aeroporto per ragioni di sicurezza e qui si svolgono tutte le attività delle Nazioni Unite. Il governo, che dialoga fittamente con la comunità internazionale e con i partner più importanti (tra cui ci sono gli Stati Uniti, l'Unione Europea e proprio l'Italia) oltre a non aver mai voluto affrontare le mire indipendentiste di Somaliland e Puntland, controlla il territorio somalo nello stesso modo di sempre: tramite strutture di governo periferiche per la maggior parte controllate a loro volta dagli islamisti di al-Shabaab.
Questo rende l'intera Somalia un vero e proprio mosaico che va ben oltre le tribalità e le culture popolari affascinanti; intere aree del paese a nord, Puntland e Somaliland, oggi sono pacificate: se non è possibile raccontare un tenore di vita dignitoso per le popolazioni, va detto che la sicurezza (un vero problema nel Corno d'Africa) è garantita dalla stabilità delle amministrazioni locali, tanto che molti imprenditori viaggiano dal Kenya all'Etiopia e da qui al Puntland ed al Somaliland, bypassando completamente le aree del paese “sotto il controllo” di Mogadiscio ma in realtà controllate dagli islamisti. I quali, non è un mistero, spesso trafficano carbone al confine con l'esercito kenyota e in rifiuti con smaliziati imprenditori (e, chissà, forse governi) di tutto il mondo.
In realtà è sbagliato pensare che l'assenza di un governo forte, in Somalia, abbia causato l'anarchia per assenza di governance: l'anarchia è quella che osserviamo noi ma la realtà sul territorio è molto diversa ed estremamente più complessa. In realtà in Somalia tutto viene controllato: traffici, economia reale, armi, persone, denaro, più la dimensione è “locale” e più è facile toccare con mano il controllo capillare che i potenti di turno mantengono su ogni tipo di attività, lecita e illecita. Allo stesso tempo però questo localismo forzato provoca gravi disparità sociali all'interno delle comunità.
Il panorama somalo, così frammentato, rappresenta una sfida per le organizzazioni umanitarie internazionali, per le Nazioni Unite e per l'AMISOM, la missione dell'Unione Africana in Somalia: dopo il fallimento della missione Restore Hope nel 1995 sembra che il mondo abbia voluto appositamente mettere un coperchio sulla Somalia, stendendo un velo opaco sulle informazioni, le campagne e le trattative diplomatiche per la pacificazione del Corno d'Africa. Oggi l'interlocutore principale resta il governo di Mogadiscio, vuoi per questioni di sicurezza vuoi perchè, tutto sommato, va bene che le cose restino tali: oggi tutti i programmi di aiuti e sostegno non vanno alle comunità locali, sempre più isolate, ma arrivano con aerei bianchi recanti la scritta “UN” all'aeroporto di Mogadiscio, dove vengono caricati su pick-up e da qui smistati perlopiù in aree controllate dagli Shabaab.
Secondo un'interessante ipotesi formulata da Foreign Affairs una soluzione al problema potrebbe essere quella di lavorare solo laddove gli aiuti funzionino con effetto tangibile, dando la possibilità a organizzazioni internazionali ed aziende di lavorare al fianco di istituzioni sub-governative locali già esistenti e radicate nei territori dell'entroterra somalo: nel Puntland questo avviene già per esplicita decisione delle autorità locali e molti medio-piccoli imprenditori, anche italiani, tengono testa nella qualità e nei servizi offerti da multinazionali da miliardi di dollari.
Spesso i finanziamenti internazionali e gli aiuti umanitari costringono le imprese e le organizzazioni a passare forzatamente dal governo centrale, il quale limita le capacità di sostegno nelle località fuori da Mogadiscio. Un problema che si presenta anche nell'ambito dell'addestramento militare, che viene effettuato anche dall'Esercito italiano: infatti, molti giovani addestrati dai nostri militari appena possibile fuggono per arruolarsi tra gli Shabaab, che garantisce stipendi migliori ed ottiene così forza militare già pronta alla guerra e al martirio.
Trovare un nuovo approccio per la Somalia significa cominciare a trovare una soluzione per molte realtà diverse evitando conflitti lunghi e terribili come quello del Corno d'Africa: l'Afghanistan, il Pakistan, il Mali, il Niger e la Nigeria, ma anche i territori birmani controllati dalle milizie Karen e persino il Kurdistan. Comprendere l'importanza e il valore dei localismi, instaurando rapporti spesso scomodi per gli interlocutori ufficiali ma certamente duraturi e fruttuosi per le popolazioni è un tipo di approccio che laddove è stato sperimentato ha funzionato e funziona ancora.
Per avere un quadro culturale di cosa significhino i conflitti all'interno della Somalia basta ricordareun'antica massima che così recita: "Io e la Somalia contro il mondo. Io e il mio clan contro la Somalia. Io e la mia famiglia contro il clan. Io e mio fratello contro la famiglia. Io contro mio fratello."...
(International Business Times)











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