In Italia il caporalato è una mafia...
Il Sud d’Italia, da sempre luogo di sfruttamento e assoggettamento feudale. E solo adesso si grida allo scandalo…
La questione del caporalato nelle campagne del sud Italia è stata per anni occultata o limitata alla categoria dei migranti, che privati di ogni speranza, accettano le degradanti condizioni lavorative imposte dal caporalato in agricoltura, nelle campagne di Calabria e Puglia (e non solo).
Ma la morte della bracciante Paola Clemente, sopraggiunta il 13 luglio scorso nelle campagne di Andria mentre lavorava all’acinellatura dell’uva, trasforma il fenomeno in un problema nazionale, “da combattere-come ha dichiarato il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina- come la mafia”.
Sì perché il capolarato, proprio come la mafia, fa parte delle piaghe del Sud della nostra penisola. Qui, uomini e donne, migranti e non, lavorano alle dipendenze di un padrone, proprio come nel Medioevo, riuscendo a guadagnare pochi spiccioli da portare a casa, noncuranti dell’assenza di tutele, lavorative e sanitarie.
E così Paola Clemente, che viveva con la sua famiglia a San Giorgio Jonico, secondo quanto raccontato dal marito Stefano Arcuri a La Repubblica, partiva di casa alle 2 di notte e con un autobus raggiungeva i campi di Andria alle 5:30, da dove faceva ritorno solo alle 3 del pomeriggio, per la ridicola cifra di 27 euro al giorno. Pochissimi soldi, ma indispensabili per tirare avanti, così come spiega Arcuri.
E oggi Paola non c’è più. È morta a causa di un malore, probabilmente dovuto allo sforzo fatto sotto il sole. Forse un infarto, spiega il marito, anche se nessuno ha rilasciato niente, né un referto né un foglio scritto che testimoni l’intervento di un’ambulanza.
Si muore così nelle campagne del sud, dove il fenomeno del caporalato sulla carta è reato penale dal 2011, punibile con l’arresto da 5 a 8 anni. Ma sono poche le vittime che decidono di denunciare. Dal 2011, Ciro Grassi, l’autista del bus che il 13 luglio scorso ha guidato Paola Clemente e altri ‘nuovi schiavi’ nelle campagne di Andria, è uno dei pochi nomi iscritti nel registro degli indagati. Si tratta di colui che ha avvertito Stefano Arcuri, che sua moglie è stata colta da un malore due ore dopo aver cominciato a lavorare. Certo, Grassi costituisce solo una piccola parte della mastodontica struttura di potere che regge lo sfruttamento e gli abusi dei braccianti: l’accusa è di omicidio colposo e omissione di soccorso.
I capolari lavorano per le grandi aziende del nord. Anche in questo caso, quindi, così come per la questione ‘rifiuti’, Nord e Sud camminano a braccetto: al Nord finiscono i soldi, al Sud avviene lo sfruttamento (dei terreni e delle persone). Il caporale, secondo una brillante inchiesta realizzata da Raffaella Maria Cosentino e daValeria Teodonio, che hanno fatto finalmente luce su una questione tanto urgente, guadagna dall’azienda circa 10 euro a donna e più donne sono alle loro dipendenze, più il loro ricavo è maggiore. Secondo la FLAI Cgil, un caporale può guadagnare anche 10. 000 euro a donna.
Ovviamente non ci sono solo donne, ma queste si differenziano dagli uomini per le diverse condizioni retributive: quelle infatti, a parità di compiti, arrivano a guadagnare sempre 27 euro al giorno, mentre gli uomini ricevono circa 35 euro...
(Il Journal)











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