Il medico di frontiera a Lampedusa: “Salvo vite umane, non voglio fare il becchino”...





di Riccardo Noury - Amnesty International

Difficilmente vedremo mai in televisione il dottor Pietro Bartolo. Eppure il 59enne ginecologo (il secondo da destra nella foto), direttore del piccolo ospedale di Lampedusa, ne avrebbe da raccontare. E, ascoltando lui anziché altri parlare di migranti e rifugiati, il clima culturale di questo paese potrebbe in parte cambiare.
Il mio collega Conor Fortune, news writer presso il Segretariato Internazionale di Amnesty International, l’ha intervistato, seduto nel suo studio, alle spalle una foto dell’incontro avuto sull’isola con Papa Francesco.
“Ho visto ogni singolo migrante e rifugiato arrivato a Lampedusa” – esordisce il dottor Bartolo. Secondo i suoi calcoli, dovrebbero essere circa 250.000 persone negli ultimi 20 anni.
Ha trascorso migliaia di notti nel porto dell’isola, in attesa di barche stracolme di uomini, donne e bambini salvati in mare.
All’approdo, il personale medico alle sue dipendenze fa uno screening immediato, separando i malati e i feriti da chi non presenta problemi di salute. A quelli in maggiore pericolo vengono date subito le prime cure mediche, chi sta un po’ meglio viene portato nel centro d’accoglienza dove trova caldo, rifugio e cibo.
“Le persone sono fradice, hanno freddo e tremano. Preferiamo trasferirle velocemente nel centro dove possono avere vestiti asciutti” – dice il dottor Bartolo.
Questo per quanto riguarda i vivi. I morti arrivano a centinaia nei sacchi neri.
Il dottor Bartolo ricorda quella volta che arrivò in porto un peschereccio che aveva preso a bordo 20 persone. Quattro corpi erano già stati infilati nei sacchi neri, sul ponte accanto alle reti da pesca. Ma una donna era ancora viva:
L’abbiamo tolta dal sacco nero e l’abbiamo portata di corsa all’ospedale. Ci abbiamo messo 30 minuti a rianimarla, aveva i polmoni pieni di acqua e gasolio. Dopo mezz’ora, il suo cuore ha ripreso a battere”.
La donna “resuscitata” dal dottor Bartolo ora vive in Svezia.
“Anche se è stato un caso isolato, è fondamentale. Altrimenti il mio compito sarebbe solo quello del becchino”.
Certo, nel suo lavoro, le “storie di dolore” sono enormemente maggiori delle “storie di successo”.
Il dottor Bartolo racconta commosso la storia della donna incinta che morì, col suo piccolo in grembo, durante una traversata del 2013.
“Li trovarono ancora uniti dal cordone ombelicale. Decisi di non tagliarlo, li misi nella stessa bara. Queste sono le cose che mi sconvolgono. La gente ti dice ‘Sei abituato’ ma non è vero, non riesci mai ad abituarti”.
Durante la sua carriera, il dottor Bartolo ha constatato la variazione delle patologie conseguente al cambiamento del modo in cui migranti e rifugiati attraversano il Mediterraneo.
Negli anni Novanta, arrivavano prevalentemente a bordo di imbarcazioni più solide, che trascorrevano più tempo in mare. I casi di disidratazione erano frequenti.
Invece, negli ultimi anni, sono arrivate più persone ma a bordo di imbarcazioni più piccole e meno adatte alla navigazione, con a disposizione poco carburante e solo un telefono satellitare per lanciare l’sos. Così, la patologia più frequente è diventata l’ipotermia ma non mancano le ustioni, dato che il carburante fuoriesce dal motore e raggiunge i vestiti e la pelle delle persone a bordo.
Il dottor Bartolo ha assistito a tanti momenti successivi alle tragedie del mare, ma alcuni gli sono rimasti ben impressi nella mente. Uno è quello del 17 aprile di quest’anno: “un disastro”, dice semplicemente.
La notte prima, un gommone era salpato dalla Libia con circa 70 persone a bordo, 22 delle quali con gravi ustioni sulla pelle: una bombola del gas era esplosa nel luogo dove erano in attesa della partenza. Erano morte 10 persone. Con un atto di crudeltà estrema, anche i feriti erano stati costretti a salire.
La mattina, il gommone aveva iniziato a perdere aria ed era partita la richiesta di soccorso. La Guardia di finanza italiana era arrivata nel pomeriggio, aveva imbarcato tutti i passeggeri e li aveva portati a Lampedusa. Uno dei feriti, una donna di 20 anni, era morta durante il viaggio.
Dopo aver visto le ustioni, il dottor Bartolo si era reso conto che non c’era alcuna possibilità di curarle all’ospedale di Lampedusa. Così, ha ottenuto dal ministero della Difesa che i feriti fossero trasportati via elicottero negli ospedali della Sicilia.
Tra questi, c’era una bambina con estese bruciature sul viso e sul collo. C’era anche una donna eritrea, entrata in coma. È stata separata da suo figlio, un bambino di due anni, ed è stata portata in Sicilia. Dopo una settimana, sono riusciti a ricongiungersi.
Il futuro dei bambini soccorsi e salvati in mare preoccupa molto il dottor Bartolo. Dato che molti figli di migranti e richiedenti asilo trascorrono tempo, a volte molto tempo, in attesa che i loro genitori si riprendano dalle terapie o anche dagli interventi chirurgici, il personale dell’ospedale e la comunità locale hanno deciso di creare una ludoteca tutta per loro.
Le pareti, di colore chiaro, sono adornate di disegni colorati di animali, scene del mondo naturale e lettere dell’alfabeto. Disposti su quattro tavoli, fino a 20 bambini possono sedersi a giocare o a vedere videocassette. Ovunque, i giocattoli donati alla ludoteca. Ogni bambino può portarne con sé uno quando parte.
Il dottor Bartolo nutre poco ottimismo per il futuro.
Dopo il naufragio del 3 ottobre 2013, quando morirono in mare 366 persone al largo di Lampedusa, il mondo chiese che cambiassero le cose.
Ma l’atteggiamento ostile rispetto agli immigrati ha reso difficile trovare un accordo politico sul modo più efficace di salvare vite umane e di creare percorsi sicuri e legali per raggiungere riparo in Europa. Nel frattempo, il numero dei morti in mare continua a crescere.
“Quasi due anni dopo, non è cambiato niente. Continuano ad arrivare, continuano a morire. Cosa è stato fatto? Niente! Noi qui facciamo quello che si può, perché è giusto così. Vogliamo salvare più vite umane che possiamo, ma alla fine è il sistema che non funziona”.
Dalle istituzioni europee di Bruxelles e Strasburgo al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sono in corso tentativi per cambiare le cose. Pare che finalmente i leader europei abbiano deciso di procedere nella direzione di un’operazione collettiva di ricerca e soccorso nel Mediterraneo.
Ma molte altre persone continueranno a morire (3500 nel 2014, quando addirittura era in funzione l’operazione Mare nostrum, che salvò decine di migliaia di vite umane) e ci sarà sempre bisogno del dottor Bartolo.
Almeno fino a quando l’Europa continuerà a erigere fortezze contro chi fugge dalla miseria e dalla guerra. Fino a quando non verranno messi a disposizione percorsi legali e sicuri per i migranti e i rifugiati in modo che evitino il rischio di arrivare dentro un sacco nero...
(AgoraVox)

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