Da mesi nessuno ne parla, ma in Africa i morti continuano a crescere: che fine ha fatto l'Ebola?....
di Con i suoi 25.213 casi sospetti e le 10.460 morti accertate è stata, senza ombra di dubbio, una delle peggiori epidemie che ha colpito il mondo negli ultimi anni. Ma da qualche mese, dell’ebola, non vi è più traccia. Giornali, notiziari e organizzazioni internazionali sembrano aver deciso di lasciar perdere la questione da quando, lo scorso 21 gennaio, dopo Nigeria, Senegal e Spagna, la pandemia è stata dichiarata conclusa anche in Mali. Ma per quanto gli organi di informazione tralascino la questione, in Africa si registrano ancora migliaia di morti ogni mese.
Tutto ha inizio nel febbraio del 2014, quando il primo focolaio del virus viene registrato in Guinea. In pochi mesi la malattia si diffonde a macchia d’olio, allargando il contagio fino alle vicine nazioni diLiberia, Sierra Leone, Mali e Ghana, seminando panico e disperazione tra i villaggi. Con il propagarsi dell’infezione cresce anche il tasso di mortalità, che arriva a toccare anche il 64% dei casi. Le complicazioni relative al contenimento del virus, dovute alla presenza di attrezzature mediche inadeguate, alla riluttanza dei cittadini e alla creazione di barriere linguistiche, hanno messo in difficoltà il personale sanitario occorso sul posto. Una situazione difficile da gestire, alla quale, però, le diverse organizzazioni mondiali hanno saputo far fronte, limitandone il più possibile l’espansione.
Oggi, a più di un anno dal primo caso registrato, l’emergenza sanitaria sembra essere rientrata a livello mondiale e i grandi centri d’informazione sembrano aver perso interesse nel raccontare l’evolversi della situazione in Africa, dove l’epidemia non solo ha creato effetti catastrofici sulle già precarie economie nazionali, ma non sembra nemmeno essersi conclusa. Secondo un rapporto aggiornato dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, la diffusione del virus sarebbe ancora in corso in alcune zone del continente. Se in Nigeria, Senegal e Mali la situazione sembra essere sotto controllo da diversi mesi e il rischio di contagio è molto basso, in Guinea, Liberia e Sierra Leonecontinuano a registrarsi nuovi casi d’infezione.
Stando alla relazione diffusa mensilmente dall’OMS, dallo scorso gennaio (cioè da quando l’epidemia è stata dichiara conclusa in Mali e di essa si sono perse le tracce) all’1 aprile, sono stati registrati circa5mila nuovi casi, 2mila dei quali mortali. Un quadro che fa pensare che la situazione in quelle zone dell’Africa sia tutt’altro che risolta e che l’indebolimento al quale è stata soggetta la sua popolazione possa riaprire un bollettino medico allarmante.
Mentre accade tutto questo, negli Stati Uniti, dove il contagio si è verificato con numeri irrisori, spesso a causa del rientro di personale medico infettato sul posto, secondo un’inchiesta della rivista scientificaNature, si lavora per cercare un farmaco che aiuti la prevenzione del contagio. Un’equipe di scienziati della University of Texas, in collaborazione con la Profectus Bioscience, infatti, avrebbe individuato un vaccino sperimentale contro il virus, che sarebbe risultato sicuro ed efficace sui macachi, molto spesso utilizzati per sperimentare farmaci ad uso umano. Secondo la ricerca portata a termine, il vaccino, somministrato a distanza di 28 giorni dall’inoculo, si sarebbe dimostrato efficace nell’impedire lo sviluppo della malattia in seguito all’esposizione degli animali al virus.











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