Repubblica Centrafricana: nascere e crescere nell'inferno bellico...





Di Luca Lampugnani 

La guerra in corso nella Repubblica Centrafricana è anche, se non soprattutto, dei bambini. Fin dalle prime fasi del conflitto - coincidenti con la presa della capitale nel marzo del 2013 da parte dei ribelli musulmani Seleka -, giovani e giovanissimi sono stati arruolati tra le fila dell'uno e dell'altro gruppo armato, subendo abusi, soprusi e tutte le conseguenze psicologiche del vedere con i propri occhi le brutalità degli scontri.
Nonostante tutti gli appelli internazionali, a poco meno di due anni dalla deflagrazione delle tensioni tra i già citati musulmani di Seleka e le milizie cristiane degli Anti-Balaka, lo sfruttamento dei bambini soldato rimane molto alto nel Paese. E se all'inizio della crisi questi erano stimati attorno alle 2 mila e 500 unità, oggi la situazione è ulteriormente peggiorata, con una presenza di giovani bambini e bambine nella guerra più che raddoppiata.
Stando ad un recente rapporto di Save The Children, infatti, ad oggi si registrano coinvolti nel conflitto almeno 6 mila bambini. Si tratta tuttavia di un dato per certi versi al ribasso, e l'ONG non esclude che quei 6 mila giovani e giovanissimi costretti ad imbracciare i fucili e i machete possano arrivare anche a 10 mila, quadruplicando così le stime effettuate poco meno di due anni fa.

I bambini, continua lo studio pubblicato da Save The Children, vengono tutt'ora arruolati da un gruppo e dall'altro a partire dall'età di 8 anni, nella maggior parte dei casi sotto costrizione - altri si avvicinano ai Seleka o agli Anti-Balaka dopo aver subito perdite tra i famigliari o tra i conoscenti più prossimi. Questi giovani 'soldati', costretti ad uccidere e massacrare, sono inoltre spesso vittime di abusi fisici e mentali da parte degli altri miliziani, mentre non mancano rapporti che nero su bianco documentano le violenze che i bambini subiscono durante gli scontri armati.
Tra queste, l'ONG di base a Londra porta ad esempio la testimonianza di Jean (nome fittizio per motivi di sicurezza), entrato nel gruppo dei Seleka a 16 anni e costretto a vedere molti suoi amici e coetanei decapitati dagli Anti-Balaka. Oppure, ancora, Maeva (nome altrettanto fittizio), entrata a far parte dell'esercito di giovani e giovanissimi soldati dopo essere stata violentata in seguito all'omicidio della zia.
Ovviamente, come è anche specificato nel rapporto di Save The Children, questi bambini soldato sono nella maggior parte dei casi vittime di paure, ansia, depressione e insicurezza dopo aver assistito all'estrema brutalità del conflitto della Repubblica Centrafricana. "Molti di questi giovani hanno vissuto cose che nessun adulto, e soprattutto nessun bambino, dovrebbero mai conoscere. Anche se lasciano il gruppo o vengono liberati, questi bambini corrono l'alto rischio di essere stigmatizzati e respinti dalle loro comunità", spiega Juelie Bodin, membro dell'ONG.
Tornare alla normalità, insomma, è per loro pressoché impossibile.


(International Business Times)

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