Il diario di Bridget dall’inferno dell’Ebola...
Bridget Anne Mulrooney (a sinistra), 36anni, e Kelly Suter, 29 anni, infermiere amerciane dell’ International Medical Corps, davanti all’Unità di trattamento Ebola della contea di Bong, a 120 miglia dalla capitale liberiana (Reuters)
di Carlotta di Leo
«Benvenuti in Liberia. Primo lavarsi le mani, poi misurarsi la febbre. E infine dimenticarsi le strette di mano e gli abbracci». Ecco le prime pagine del diario di Bridget Anne Mulrooney, 36enne infermiera americana che attualmente sta lavorando conl’International Medical Corps nella Contea di Bong, zona nord della Liberia, uno dei paesi africani più colpiti dall’epidemia di Ebola. È proprio da questo Paese che arrivava Thomas Duncan, il primo paziente morto negli Stati Uniti
Bridget racconta su Facebook le sue giornate, i turni asfissianti sotto la tuta, la voglia di stare più vicina ai «suoi» pazienti. «Ho ricevuto una mail, volevo partire immediatamente ma ero sotto contratto in quel momento. Eppure più mi informavo, più comprendevo l’importanza di lavorare qui. E tre giorni dopo ho dato le dimissioni. Ho fatto un corso di addestramento in Alabama e una settimana dopo ero in Liberia. Questa nazione – racconta in un post 29 settembre – mi ricorda molto Haiti (dove Bridget ha lavorato dopo il terremoto del 2010, ndr), anche se è più pulito e spazioso. Anche i polli qui sono tranquilli. Gli insetti, comunque, sono enormi e dappertutto. Falene, grilli, scarafaggi e altre specie che volano e pungono – scrive Bridget – L’Unità di trattamento Ebola è realizzata con semplici cornici di legno ricoperte da teloni blu. C’è un intero accampamento: ogni tenda è classificata in base al rischio nullo, basso o alto di contaminazione».
Mentre i media di tutto il mondo continuano a raccontare di allarmi, quarantene e psicosi in Occidente, le parole di Bridget riportano lo sguardo di tutti dove l’emergenza continua a mietere vittime con un ritmo sempre più feroce. «Ora sono in pausa, appena uscita dall’unità. I guanti e i calzini che indosso sono inzuppati di sudore. Ho frequentato diversi laboratori, ma lavorare con tre paia di guanti, le mascherine e gli occhiali che si appannano è davvero una sfida – dice – E poi il cloro che ti entra dentro. È nell’aria lo respiri, entra negli occhi e l’interno delle palpebre è ruvide. La mia gola non fa mai male, ma la voce ha questo suono graffiante. Il naso viene schiacciato da strati su strati: è quasi soffocante. Andiamo sempre dentro in coppia: oggi, in due ore abbiamo fatto il test a undici persone. Non mento: in alcuni casi ho dovuto utilizzare le vene della testa per fare il prelievo. I liberiano sono un popolo coraggioso: nessuno si lamenta, nessuno si tira indietro o nessuno piange. Solo una donna, al quinto tentativo ha detto “Oh”».
Nel post pubblicato il 23 ottobre, Bridget racconta di come si sta evolvendo la malattia. «Abbiamo ricevuto un afflusso costante di pazienti, con un marcato aumento di bambini positivi. E ‘difficile separare le famiglie, ma lo facciamo nel modo più equo possibile. Cerchiamo di mettere i piccoli con pazienti in via di guarigione che possano prendersene cura. I bambini sono malati, alcuni abbandonati. Per non farli sentire troppo soli abbiamo organizzato una proiezione nel reparto: ognuno ha visto il film dalla propria stanza, seduto sulle sedie di plastica. C’era anche uno dei più gravi: non credo abbia potuto godersi il film, ma voleva esserci. E spero che riesca a passare la notte con i sogni di Akuna Matata nella testa».
L’Ebola, infatti, non è solo conta dei morti, ma separazione. «Può strappare i figli ai genitori, sterminare una famiglia a uno a uno. Oppure può colpire un villaggio tutto insieme – scrive Bridget – Di recente abbiamo ricoverato una ragazzina che è morta dopo due giorni di emorragia. Ma come, direte, non siete riusciti a fermarla? Non è così che funziona con l’Ebola. Noi abbiamo fatto di tutto, ma l’ago di una siringa che buca la mano può lentamente svuotare una persona. È difficile entrare in una stanza coperta di sangue e trovare una ragazzina quasi incosciente a faccia in giù in un letto ormai rosso. Ed è ancora più difficile il secondo giorno, quando sai già che tutti i tuoi sforzi non rallenteranno la sua morte. L’ho pulita, le ho messo un paio di jeans nuovi che avevano ancora l’etichetta. Mi ha sorriso e ha preso i farmaci che le ho dato. Non dimenticherò mai il suo sorriso e i suoi gemiti morbidi quando la vita si stava allontanando».
Dalla compassione, dal voler portare conforto a chi questa malattia ha portato via tutto, che arriva un gesto comune che potrebbe esserle fatale: un abbraccio. Nell’ultimo post pubblicato il 3 novembre, Bridget racconta di aver stretto a sé una mamma che aveva appena perso due figli. «Era nel reparto di quarantena, da sola, perché domenica le nostre ambulanze sono ferme e avevamo dimesso da poco tutti gli altri con esami negativi. Aveva solo un mal di testa, ma diciamo a tutti di tornare con qualsiasi sintomo, senza fare domande. Leggere il suo nome sul letto e vederla lì sola mi ha spezzato il cuore. Così mi sono avvicinata e le ho detto che mi dispiaceva per suo figlio Alfred che avevamo ricoverato senza purtroppo riuscire a salvarlo. Lei piangeva, come potevo non abbracciarla? So che molti diranno che non avrei dovuto farlo, ma finalmente mi sento di aver fatto la differenza. Ogni girono lascio il lavoro sapendo che ho dato tutto me stessa e che sono davvero orgogliosa di quello che sto facendo».
Tra pochi giorni Bridget tornerà in America per una settimana di riposso eper lei, come per gli altri operatori sanitari considerati a rischio, si prospetta la quarantena. «Siamo tutti venuti qui per aiutare, proteggere, educare. Ci hanno detto che siamo eroici e senza paura. Ma ora siamo un problema e vorrebbero forse lasciarci qui – scrive l’infermiera – So che il mio ragazzo non ha paura di me. Lui sa che non lo metterei mai a rischio. Ma poi penso anche ad amici e familiari che forse evitareranno di venirmi a trovare. Sembra così assurdo, ma per colpa dell’Ebola le persone che ti amano ti possono girare le spalle in ogni momento. Succede anche qui ».
(La 27ma Ora)











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