Riina e la morte dignitosa: ma quale umanità ha mostrato nelle stragi mafiose?...




Nessun segnale di solidarietà nei confronti dei tanti che piangono ancora i loro congiunti morti per mano dei suoi killer



La decisione della Corte di Cassazione che ha riconosciuto al ''detenuto'' Salvatore Riina il diritto ad una morte dignitosa ha, come era abbastanza scontato, scatenato una ridda di reazioni, nella quasi totalità contrarie a dare al capo di Cosa Nostra - in molti lo ritengono ancora tale nonostante la lunghissima detenzione ed il suo precario stato di salute - la possibilità di morire nel proprio letto. Una possibilità, eccepiscono con forza i contrari alla determinazione della Cassazione, che lui non ha mai concesso ai suoi avversari o a chi, comunque, si metteva per traverso nei suoi progetti, mafiosi loro stessi o servitori dello Stato che fossero.
La Cassazione, forse a qualcuno questo particolare sfugge, non è certo andata oltre il perimetro delle sue competenze, esprimendosi sulle vicende umane recenti di Riina, al di là del fatto del suo spaventoso curriculum criminale.
Questo perché la corte si è espressa su di lui scindendo i due profili, ovvero pronunciandosi sullo stato di salute di un detenuto non considerando i motivi per i quali egli è appunto recluso. 
E' un ragionamento difficile da metabolizzare, ma tant'è e chi oggi grida allo scandalo dovrebbe masticare un po' di diritto prima di emettere sentenze o giudizi. Bisogna, comunque, essere chiari: Riina è uno dei più pericoli criminali e mafiosi che abbiano calcato le scese della storia italiana, da quando, assurto a capo dei corleonesi, dichiarò guerra a tutti coloro che non accettavano la sua leadership. Non una guerra a parole, ma a colpi di mitra e di esplosivo, in ossequio al principio che un avversario morto è meglio di uno vivo.
Però non si può dimenticare che lo stato di diritto resta tale sempre, lasciando ben pochi spazi alle interpretazioni o, peggio, ai condizionamenti legati alle reazioni per così dire popolari.
So che è difficile, ma bisogna calarsi in una condizione di terzietà, valutando quali siano le reali condizioni di salute di Riina (gravissime, a detta dei suoi difensori) e quindi se, per questo stato, egli non meriti, ma abbia diritto ad una assistenza diversa da quella garantitagli in un reclusorio. A tale proposito occorre anche porsi un'altra fondamentale domanda: se altri detenuti, nelle medesime condizioni, ma socialmente non pericolosi quanto lui, hanno ottenuto il beneficio del differimento della pena, perché a lui no?
L'Italia, a partire dall'approvazione della cosiddetta legge Gozzini, ha dato il via ad una legislazione premiale nel rispetto del principio che lo Stato deve cercare di agevolare il percorso di riabilitazione del detenuto, al di là dei delitti di cui s'è macchiato. Da qui il varo di una serie di misure che, nei fatti, sviliscono la certezza della pena, che diventa, essa stessa, solo un mero riferimento iniziale al giudizio della magistratura, venendo via via annacquata col trascorrere del tempo. Tra buona condotta, servizi sociali, differimento della pena, semilibertà e quant'altro, il cittadino medio assiste perplesso a carriere criminali che vengono solo scalfite dalle condanne, che perdono d'efficacia con il progredire temporale della carcerazione. 
Insomma, quel timbro ''fine pena mai'' che campeggia sui fascicoli personali dei detenuti più pericolosi è ormai sono una dizione e non invece una condizione definitiva, alimentando quindi le speranze di chi crede che a ciascun individuo, anche il peggiore, debba essere data una possibilità di riabilitazione. Non è certamente questo il caso di Riina che, nell'ultraventennale detenzione, non ha mai dato segni di volersi defilare dalla condizione di capo e stratega di guerra di Cosa nostra. Nessun pentimento (il suo status non glielo permetterebbe), ma soprattutto nessun segnale di solidarietà nei confronti delle decine di famiglie che piangono ancora i loro congiunti morti per mano dei killer di Riina.
Questa vicenda è emblematica di come la giustizia italiana sia maestra nell'infilarsi in cul de sac da cui è impossibile venire fuori.
Distinguere la condizione attuale del vecchio capomafia, dimenticando il sangue che insozza ancora le sue mani, ripropone il paradosso di ''Comma 22'', il romanzo di Joseph Heller: chi è pazzo può essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo''. Cioè: si deve essere umani anche se nei confronti di chi l'umanità non sa nemmeno cosa sia.
Dare oggi a Riina la possibilità di una morte dignitosa, come ha disposto la Cassazione, è forse un atto d'umanità. Ma quale umanità egli ha mostrato attuando la strategia stragista di Cosa nostra?...

(Globalist)

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