Bravi o fortunati? Perché l’Italia senza attacchi terroristici...




Il Guardian si interroga su come ha fatto l’Italia a salvarsi dai grandi attacchi terroristici degli ultimi anni. Le sue risposte: l’esperienza maturata durante gli anni di piombo, l’uso intelligente delle intercettazioni, la scarsità di immigrati di seconda e terza generazione



Perché negli ultimi anni nel cuore dell’Europa solo l’Italia è stata risparmiata da grandi attentati terroristici? Ce lo chiediamo silenziosamente da tempo in molti, con teorie assurde su presunte complicità italiane sul transito di migranti come moneta di scambio. Se lo domanda per fortuna seriamente il quotidiano britannico The Guardian che, attraverso esperti individua una serie di fattori che, hanno reso il nostro Paese meno esposto alla minaccia del terrorismo islamico.
Innanzitutto c’è l’esperienza maturata, sia dal punto di vista legale che investigativo, durante gli anni di piombo. “Abbiamo imparato una lezione molto dura durante i nostri anni di terrorismo”, spiega al Guardian Giampiero Massolo, ex ambasciatore e per quattro anni direttore del Dis, il Dipartimento per la sicurezza che fa da coordinamento tra le due agenzie di intelligence vere. Il rapporto tra intelligence e forze dell’ordine nella prevenzione e controllo del territorio evidentemente più efficace.
Vantaggio dell’Italia l’assenza di luoghi paragonabili alle banlieu parigine o il ghetto di Mobembeck a Bruxelles, e la predominanza di città medio-piccole dove è più facile tenere d’occhio la situazione. Altro fattore centrale, per Francesca Galli, assistente universitaria alla Maastricht University ed esperta di politiche di antiterrorismo, il fatto che «l’Italia non ha una consistente popolazione di immigranti di seconda generazione che sono stati radicalizzati o che potrebbero esserlo».
L’assenza di italiani di seconda e terza generazione che potrebbero essere sensibili alla propaganda dell’Isis consente alle autorità italiane di concentrarsi su chi non ha la cittadinanza, che può quindi essere allontanato da Paese al primo segno di minaccia, spiega Arturo Varvelli, ricercatore ed esperto di terrorismo dell’Ispi. Il Guardian ci ricorda che da gennaio l’Italia ha già espulso 135 sospettati di radicalismo islamico. Se erano veramente terroristi non lo sono più a casa nostra.
Altro dato ‘tecnico’, le intercettazioni telefoniche. Da noi, a differenza che nel Regno Unito, le intercettazioni possono essere usate come prove nei processi e -in casi collegati a mafia e terrorismo – possono essere ottenute sulla base di semplici attività sospette. Altro vantaggio non invidiabile, le reti terroristiche relazioni sociali e persino familiari molto strette, proprio come nella Camorra, Cosa Nostra e ‘Ndrangheta. E noi italiani, su questo fronte abbiamo purtroppo vasta esperienza.
Poi l’esperienza del ‘pentitismo’. Francesca Galli, Maastricht University: «Le persone sospettate di jihadismo sono incoraggiate a dissociarsi dal gruppo e cooperare con le autorità italiane, che utilizzano i permessi di residenza e altri incentivi. C’è inoltre la consapevolezza della pericolosità di tenere in carcere i sospetti terroristi, dal momento in cui la prigione è vista come un territorio particolarmente fertile per il reclutamento e la radicalizzazione, come avveniva con i capi mafia».
L’articolo del Guardian passa in rassegna alcuni esempi di come vengono gestiti, in Italia, gli individui sospettati di attività terroristiche. L’esempio più recente è quello di Youssef Zaghba, il 22enne italiano di origini marocchine identificato come uno dei tre attentatori del London Bridge. Scrive Guardian: «Ogni volta che Youssef Zaghba atterrava a Bologna, c’era qualcuno che lo aspettava in aeroporto. Non era un segreto in Italia che il 22enne [..] era sotto stretta sorveglianza».
La madre del giovane, Valeria Collina: «Venivano a parlargli in aeroporto. Poi, durante il suo soggiorno, ufficiali di polizia venivano un paio di volte al giorno a controllare. Erano amichevoli con lui. Gli dicevano: ‘Hey, figliolo, dimmi cosa hai fatto ultimamente. Cosa ti sta succedendo? Come stai?». Il capo della polizia italiana ha raccontato degli sforzi dell’Italia per allertare il Regno Unito: Scotland Yard, dal canto suo, ha ripetuto che Zaghba «non era un soggetto attenzionato».
La notizia di ieri, dell’arresto in provincia di Alessandria della 26enne Lara Bombonati, l’italiana convertita all’islam e accusata di terrorismo internazionale, sembra ricalcare il ‘metodo’ descritto sopra per il giovanissimo Zaghba da Bologna. Lara, che da almeno tre anni si faceva chiamare Khadija, era costantemente monitorata dalla Digos, che aveva iniziato a indagare su di lei dopo una denuncia di scomparsa da parte dei familiari, preoccupati dalla sua progressiva radicalizzazione...

(RemoContro)

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